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Sabato 11 Settembre 2010
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Il cappotto senza bottoni

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Tifeo Web Narrativa Online 2009: racconto di Maria Grazia Distefano.
L’odore acre dell’asfalto bagnato svaniva lento sotto l’effetto dei raggi solari che, quella domenica mattina di fine autunno, sembravano una benedizione dopo la pioggia incessante dei giorni precedenti.
Qualche clacson impazzito contrastava con l’aria serena e festosa che si aggirava dentro e intorno ai giardinetti, dove un via vai di monopattini e biciclette rendeva ardua la passeggiata.
Lungo i viali alberati le foglie impregnate ancora dei colori autunnali, vorticavano intorno alle caviglie delle signore, rischiando di rimanere infilzate nei loro tacchi. Il vento birichino si divertiva a scompigliare i capelli di tutti i presenti, compresa la folta chioma mora di Simona la quale, lottando contro i riccioli che le si appiccicavano al rossetto, camminava fiera accanto a Roberto.
¬– Mamma… guarda i bimbi! – esclamò Martina indicando con l’indice destro le file scomposte dei bambini sotto gli scivoli.
– Vuoi andare anche tu, Martina? – chiese Roberto mentre spingeva la bici su cui la bimba stava seduta orgogliosa con le scarpine nuove e il cappottino rosso che nonna Maria le aveva regalato il mese prima per il suo secondo compleanno.
– No, no, io…allela! – rispose Martina mettendo in bocca l’ultimo pezzetto di barretta al cioccolato.
– Si, adesso vai sull’altalena. Prima però copriti bene – disse Simona cercando di accomodarle il cappello su quei riccioli marroni ribelli e tirandole la sciarpa su fino alla bocca per non farle respirare l’aria fredda.
Una folata di vento gelido costrinse Simona a chiudere in fretta il cappotto in un abbraccio protettivo.
– Forse è meglio andar via – suggerì Simona afferrando il braccio del marito.
– Ma no, stiamo giusto un po’, non vedi quanti bambini corrono e si divertono?
– Papi, bici no… io allela! – disse eccitata Martina mentre tentava con la punta della lingua di leccare l’ultima traccia di cioccolato che dispettosa le dominava l’angolo destro della bocca.
– Si, stellina, andiamo – Roberto l’aiutò a scendere mentre di avviarsi Simona premurosa le puliva le labbra con un fazzoletto:
– Come farei senza di te, mia piccola pasticciona! – esclamò con tenerezza, poi rimase lì ferma a sorvegliare la bici mentre Roberto e Martina si avviavano verso le altalene.
Poco più in là un ragazzo pensando di fare goal ai suoi avversari diede un calcio al pallone, il quale, spinto dal vento, invece di entrare in porta cambiò direzione e colpì la spalla destra di Simona facendole cadere la borsa. Sorpresa e un po’ confusa Simona si chinò a raccogliere la borsa e quanto essa contenesse: un rossetto rosa, un pacco di fazzolettini appena aperto, un portamonete in pelle, una bottiglietta d’acqua per Martina e il portaciuccio che con l’urto si aprì lasciandolo cadere a terra.
Due mani bianche, quasi marmoree, gentili, la aiutarono a raccogliere il tutto. Alzando gli occhi Simona si trovò davanti un uomo sulla quarantina, ben vestito, curato, dal viso liscio appena rasato, dai capelli corvini immobili nonostante un’altra folata di vento si fosse abbattuta su di loro.  L’intenso odore muschiato del suo dopobarba le penetrò le narici  lasciando una traccia indelebile nella sua memoria olfattiva. Cercando poi di guardare attraverso i suoi occhiali da sole gli disse:
– Grazie mille, non si disturbi – e tirandosi su si affrettò a richiudere la borsa tenendo in mano il ciuccio sporco.
L’uomo, spolverando superficialmente il suo cappotto di ottima fattura, accennò un sorriso e con un lieve movimento del capo si congedò da lei allontanandosi con aria signorile.
Dopo l’inaspettata galanteria ricevuta, Simona cercò con gli occhi Roberto per raggiungerlo, ma proprio davanti a lei  si presentò la vista di un uomo di età indefinibile, sdraiato su di una panchina, vestito di innumerevoli e sgualciti indumenti. La pelle del suo viso provata dal caldo estivo e dal gelo invernale, si nascondeva sotto un’incolta barba grigio-giallastra. L’unto dei lunghi capelli si intravedeva nonostante un capiente cappello di lana verde militare  fosse tirato giù fino alla fronte. Le mani coperte da guanti sudici fungevano da cerniera chiudendo sul petto un cappotto che aveva perso tutti i bottoni. Gli occhi di un azzurro spento fissavano immobili Simona, senza lasciar trapelare alcun pensiero, alcuna intenzione. E intanto l’intenso odore muschiato dell’uomo di prima  faceva posto a un odore pungente, nauseabondo che circondava la panchina.
Un’angoscia assalì Simona, un’angoscia che aveva conosciuto da bambina e che adesso ritornava prepotente alla vista di quest’uomo: l’immagine di sua sorella Giulia aggredita brutalmente da un barbone ubriaco sotto i suoi occhi venti anni prima.
Scuotendo il capo, pensando che bastasse a scacciare quei pensieri, affrettò il passo e raggiunse Roberto. Trovò Martina che giocava insieme ad altri bambini dentro una casetta di legno in miniatura.
 Intanto due occhi di ghiaccio facevano capolino da dietro un albero.
Simona, in cerca di conforto per la paura provata poco prima, si strinse alla figura possente e protettiva di Roberto il quale vedendola turbata le chiese:
– Cos’hai? e come mai tieni il ciuccio di Martina in mano?
– Oh! Il ciuccio… è caduto a terra –  rispose. Vedendo poco più in là una fontana, aggiunse:
– Vado a sciacquarlo laggiù, alla fontana. Poi ti prego andiamo via.
Appena arrivata lasciò che una bambina finisse di bere aiutata dal papà, poi portò il ciuccio sotto l’acqua gelida che la fece rabbrividire.
 – E’ meglio andar via – pensò.
Avvicinandosi alla casetta di legno, vide di spalle Roberto chiacchierare allegramente con un uomo. Li sentiva parlare di certi compagni e professori.
– Sarà un vecchio compagno di classe – pensò, e poi si disse: – Adesso faccio uno scherzo a Martina...
Pensando di sorprenderla si affacciò dentro la casetta di legno, ma… Martina non c’era. Chiamò flebilmente:
– Martina? – poi più forte: – Martina!!
 Destò l’attenzione di Roberto, che le si fece vicino e intuendo il peggio, cominciò a guardarsi intorno nella speranza di intravedere il cappottino rosso della figlia fra quelli che si agitavano intorno alle altalene e agli scivoli. Niente.
Una vertigine colpì Simona, che sentendo il sangue fluire meno, si accasciò  come se qualcuno le avesse mozzato le gambe. Aggrappatasi al tetto della casetta di legno, si tirò su e urlando il nome di Martina, mentre la voce le moriva in gola, cominciò a cercarla tra la gente.
Roberto scorgendo due vigili urbani all’ingresso, gli andò incontro e balbettò loro l’accaduto, esortandoli a fare qualcosa.
Intanto Simona  durante la sua affannosa e angosciosa ricerca si ritrovò davanti a quella panchina che prima l’aveva fatta rabbrividire: era vuota. Ciò che prima era stata un’ipotesi che il cuore scacciava, adesso diventò certezza: lui, era stato lui, coi suoi occhi freddi, con la sua forza camuffata d’inerzia. Ne era certa, era stato lui. L’uomo che fino a poco prima occupava indisturbato quella panchina, adesso chissà dove si aggirava con la propria bambina. Un sentimento mai provato prima, dal sapore acido come la disperazione, le soffocò il petto. Coprendosi gli occhi con entrambe le mani, mentre tutto intorno le girava, non riuscì a immaginare nessun prosieguo, il tempo si sarebbe fermato in quell’istante. In quale buco nero sarebbe finito l’odore di talco della sua pelle di bimba, le sue mani paffute da mordere con delicatezza, i suoi caldi baci della buonanotte, la sua vocina stridula mentre chiamava “mamma”. D’ora in poi solo spazi infiniti intrisi di silenzi assordanti.
Il vento gelido che le spostò con forza ancora una volta il cappotto, all’improvviso si fece tiepido e mai le sue orecchie udirono un suono più dolce:
– Mammina…mammina, io qua.
 Simona si voltò di scatto confusa: Martina in braccio a Roberto, agitava la manina in segno di saluto. Con loro i vigili urbani e un po’ più indietro con lo sguardo basso l’uomo della panchina.
L’abbraccio tra la bimba e Simona fu un misto di lacrime, baci, carezze e incredulità. Poi, Simona ritornata in sé accusò:
– E’ stato lui, vero? – indicando l’uomo che non aprì bocca.
– Simona, ma che dici? – esclamò Roberto. – Anzi, dobbiamo ringraziare proprio lui se Martina è qui con noi - continuò mentre si girava a guardarlo con gratitudine.
Simona stupefatta stentò a credere alle parole del vigile urbano che le disse:
 – Se non gli avesse sferrato un pugno in faccia tramortendolo, quell’uomo sarebbe riuscito a far salire la bimba nella sua macchina.
–  Dei testimoni parlano di un uomo insospettabile – continuò l’altro vigile.
–  L’avete preso? – chiese preoccupata Simona.
– Purtroppo è riuscito a salire in macchina e ad andare via, ma non si preoccupi la polizia riuscirà a prenderlo – concluse il vigile tenendo in mano uno scontrino su cui un passante aveva annotato in fretta il numero di targa.
L’uomo della panchina scambiò uno sguardo d’intesa con Simona, la quale confusa e mortificata, ammiccò un debole sorriso in segno di riconoscenza. Poi l’uomo riprese lento il suo posto sulla panchina lieto di sentire su di sé il benevolo tepore del sole: un premio per lui in quella fredda giornata.
 Tornati a casa, Simona svestì Martina e tra tante coccole le fece un caldo bagnetto. Poi rimettendo a posto il cappottino, la sciarpa e il cappello che entrando aveva lasciati in fretta sul divano, un brivido le gelò le carni: emanavano un intenso odore muschiato di dopobarba.
 
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