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Sabato 11 Settembre 2010
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La bionda

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Tifeo Web Narrativa Online 2009: racconto di Luana Troncanetti. Si sentiva come uno spettatore affacciato sulla vita di un altro. Quello che vedeva non riusciva a piacergli neanche un po’. Non poteva crederci, eppure quell’ estraneo vestiva proprio la sua pelle. Si guardò ancora allo specchio, per accertarsi di essere proprio lui l’uomo detestabile che lo fissava negli occhi.
Abbassò lo sguardo, intimidito dal riflesso della sua vergogna. Riusciva ancora a provarne, nonostante tutto. Il pensiero volò in un attimo a quella chiesetta dove un secolo prima si era perso negli occhi castani di Lucia: la madre delle sue figlie, la migliore fra le sue scelte di vita. Occhi dello stesso colore delle nocciole mature, che lo fissavano commossi mentre lui giurava eterna fedeltà, con l’animo arrogante di spensieratezza e gioventù’, senza sapere che gli sarebbe stato impossibile mantenere quella promessa.
Spergiuro, bugiardo, patetico vecchio, imbarazzato dalla propria debolezza, confuso dalla colpa, soffocato dal rimorso.
La tradiva, invece, anche se sporadicamente, con la svogliatezza di chi non sa lottare, quando sentiva quella voglia prepotente salirgli nell’anima. Il suo migliore amico preservava il suo segreto per colpa del quale litigavano furiosamente, di tanto in tanto. Cercava di farlo smettere, era chiaro, perché oltre a far male a Lucia faceva prima di tutto male a se stesso. Ma continuava a tacere, complice di quella farsa crudele: gli amici non si tradiscono, la moglie si.
Non disse nulla neanche quando lo vide finire al pronto soccorso con il fiato appena sufficiente a sopravvivere, scampato a un’operazione senza salvezza, vivo chissà per quanto altro tempo ancora. La sua amante non entrò in ospedale: avrebbe svelato il loro segreto. Antonio la teneva nascosta a pochi passi dal cuore, è naturale, sarebbe stato un cretino a farla venire. Sua moglie, comunque, sapeva tutto. La conosceva, l’aveva già vista tante volte. Se ne sarebbe accorta e avrebbe dato del pazzo a suo marito che, pure in quelle condizioni, non riusciva a fare a meno di lei.
Antonio salutò sua moglie così come aveva fatto mille altre volte, le fece una carezza frettolosa, prese le chiavi della macchina ed uscì. Guidò per il tempo necessario ad allontanarsi abbastanza dal profumo di casa, dalle cornici che custodivano la sua vita, dalla portinaia pettegola che gli aveva augurato un buon pomeriggio. Poi, indolente, era rientrata in guardiola fingendo di sistemare un annuncio dell’amministratore appeso di traverso sulla porta. Lo infastidì. Quella donna sembrava leggere i suoi pensieri e anticipare le sue mosse. O forse era soltanto il senso di colpa a farlo sragionare sui superpoteri della portinaia.
Il sole si stava preparando per la notte. Qualche raggio filtrava ancora pigro fra i rami di un viale alberato adiacente un parco giochi. Una giovane mamma rincorreva trafelata il figlio sul marciapiede mentre una manciata di ragazzini sudati tiravano calci a una palla impazzita. Distante, ma non troppo, il gruppetto colorato delle bambine dove aleggiava prepotente il mito del Principe Azzurro tanto che, a tendere bene l’orecchio, si sarebbe riusciti a sentire lo scalpitio degli zoccoli del suo cavallo bianco. Gli scivoli, divertiti dalle sanguinose dispute a pallone, scintillavano di sole e risate argentine. Sulle panchine gli anziani borbottavano delle loro pensioni sterminate dall’euro, litigavano per una briscola sospetta, un occhio sempre fisso ai nipotini scalmanati che cercavano in un modo o nell’altro di evadere dal pesante cancello in legno. Le altalene dondolavano cullate dalla luce morbida del tramonto, e sotto un tiglio una donna stava allattando paciosamente il suo piccolo. Piccoli frammenti di una vita che continuava a scorrere nella sua banalità, chiazze di colore in quello che sembrava un pomeriggio come tutti gli altri. Ma non per lui.
Parcheggiò in un vicolo isolato che era ormai da mesi testimone dei suoi incontri clandestini. Si guardò in giro furtivo, pronto a godere di quell’appuntamento che aspettava da ore, eccitato, confuso come un ragazzino, colpevole come un ladro. Lì nessuno lo conosceva, lì sua moglie non avrebbe potuto seguirlo, non avrebbe saputo che la stava tradendo. Di nuovo. Aveva promesso, lo aveva giurato anche alle figlie, in lacrime, spaventate, addolorate.“ Basta, papà. Non farlo mai più! Così uccidi la mamma. E uccidi anche noi.”
“ No, non lo faccio più, lo prometto, lo giuro a costo di non rivedere più i miei nipoti”. Ne aveva tre, uno succhiava ancora il latte dalla madre. Avevano tutti i suoi stessi occhi, un verde simile a quelle caramelle alla menta che fanno prudere il naso e pizzicano alla gola. Li adorava perché era due volte loro padre, li adorava perché un nonno non può fare altrimenti. E sua moglie si fidò. Nessuno giura sui nipoti senza mantenere la  promessa.
Però Antonio, adesso, era lontano da casa, con un unico desiderio a divorargli il cervello: tenere incollata alle labbra la sua bionda, la sua amante da una vita, il suo svago di sempre, la sua debolezza più grande. Pronto a tradire di nuovo, senza riuscire a farne a meno, la bramosia più potente di qualsiasi rimorso. Voleva godere del suo bacio avvelenato al più presto, senza poter aspettare, ansioso di rimanere solo con lei, senza testimoni, senza giudizi. 
Scese dalla macchina, si guardò ancora intorno, esitò soltanto un istante… Frugò nelle tasche, cercò febbrilmente l’accendino e sfilò una sigaretta dal pacchetto, velocemente, per non poterci ripensare su.
“Sono forte, adesso, non fumo più. Non ci finisco un’altra volta in ospedale con un cancro, non la tocco più quella merda. Posso fare a meno di lei.”
Questo aveva promesso, ancora frastornato da quel miracolo che l’aveva sottratto alla morte, impaurito dal pericolo scampato, indebolito dall’operazione e dai farmaci che doveva buttare giù per combattere il male.
Ma poi l’urgenza di averla ancora, la bionda: la sua amante, il suo vizio proibito, la sua strada sicura per lasciare questo mondo. Aspirò profondamente la sua morte una, due, cinque, dieci volte. Ne prese un’altra senza aspettare che la prima fosse finita. L’accese furiosamente e continuò a fumare, finalmente appagato, lucido, tranquillo, le membra rilassate, la mente sgombra. Proseguì ad aspirare la sua fine, senza riuscire a fermarsi. Per ore, fino a raggiungere la nausea. Si fece tardi, il sole era ormai andato a dormire da un pezzo. Tossì di rabbia e risalì in macchina.
Mangiò qualche mentina, si spruzzò di profumo, cercò di cancellare le tracce della sua amante dal quale si sarebbe separato soltanto per mano della morte. E sarebbe morto proprio perché non riusciva a separarsene.
Respirò un’aria di nuovo pulita, il bravo marito, accese il motore e partì.
 
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