“Un mare di gente a flutti disordinati s'è riversato nelle piazze, nelle strade e nei sobborghi. E' tutto un gran vociare che gela il sangue, come uno scricchiolo di ossa rotte. Non si può volere e pensare nel frastuono assordante; nell'odore di calca c'è aria di festa” (P. Impastato).
Giuseppe Impastato, meglio noto come “Peppino”, nasce il 5 gennaio del ’48 a Cinisi, in provincia di Palermo, da Felicia Bartolotta e Luigi Impastato. Quella degli Impastato è una famiglia legata agli ambienti mafiosi che trafficano nella droga. Luigi è a capo di un piccolo clan e nel contempo fa parte di una “famiglia” ancora più grande e potente. Risale ai tempi della frequentazione del Liceo Classico di Partinico, l’avvicinamento di Peppino alla vita politica con il PSIUP (partito socialista italiano unità proletaria) – che lascerà dopo due anni quando di forza venne sciolta la Federazione Giovanile -, è il 1965 e il ragazzo vuole uscire ad ogni costo dagli ambienti mafiosi in cui è cresciuto suo malgrado e tenersi fuori da quei “cento passi” che lo separavano da casa di Don Tano. Con la collaborazioni di altri giovani fonda il giornale “L’idea socialista” che verrà sequestrato dopo soli pochi numeri; nonostante la sua giovane età, Peppino ha le idee chiare sul concetto di “controinformazione” spinto dall’onda rivoluzionaria che caratterizzò quegli anni di transizione e che lo colse “prendendolo alla sprovvista” facendolo agire spinto da fattori emozionali piuttosto che da “consapevoli” ideologie di partito, sebbene fosse un attento analizzatore politico “Passavo, con continuità ininterrotta da fasi di cupa disperazione a momenti di autentica esaltazione e capacità creativa”. Risale al 1968 la lotta contro la mano mafiosa che ha deciso per la costruzione di Punta Raisi: “Come sapevamo quella pista non è servita a niente; nelle giornate di scirocco il traffico rimane sospeso e gli aerei atterrano a Trapani o a Catania. Su quella pista di sangue sono rimasti i morti di crepacuore, gli emigrati, gli sbandati, i 350 morti di due aerei precipitati, i numerosi incidenti, le dichiarazioni dei piloti di tutto il mondo, che si rifiutano di atterrare, non riscontrando le condizioni minime di sicurezza. Di quelli che eravamo in quei giorni siamo rimasti in pochi, espropriati non della terra, ma della stessa vita, spinti a guardarci in faccia senza riconoscerci se non come spettri di un sistema che parla di libertà e non sa nemmeno dove sta di casa la democrazia”.
Sul finire del ‘72 Peppino si avvicina a “Lotta Continua”, che esercitò una forte capacità d’attrazione per tutti coloro che, come Peppino, avevano alle spalle forti esperienze politiche Nel 1975 organizza il Circolo “Musica e Cultura”, punto di riferimento per la gioventù di Cinisi, al cui interno trovano spazio il “Collettivo femminista” ed il “Collettivo Antinucleare”. Nel 1977 è la volta di Radio Aut, emittente autofinanziata in cui viene fuori tutta l’opposizione di Peppino contro i codici d’onore della mafia, e dei politici locali, che prende in giro con una satira ironica e pungente e un’informazione “incontaminata”. Con Democrazia Proletaria partecipa alle elezioni comunali di Cinisi del ’78.
In quei giorni viene esposta una mostra fotografica documentata sulla devastazione del territorio operata dalla mafia e da speculatori senza scrupoli. 9 maggio 1978: Peppino trova la morte, dilaniato da una carica di tritolo, posta sui binari della linea ferrata Palermo Trapani, a pochi giorni dalle elezioni. Si parlò di “suicidio eclatante”, nonostante fosse evidente la matrice mafiosa dell’assassinio. Gennaio 1988 il Tribunale di Palermo invia una comunicazione giudiziaria a Badalamenti. Maggio di quattro anni dopo: il Tribunale di Palermo archivia il “caso Impastato”, viene ribadita la matrice mafiosa del delitto, si esclude la possibilità di individuarne i colpevoli e ipotizzando nei mafiosi di Cinisi, alleati dei Corleonesi, i mandanti dell’assassinio. Marzo del 1996 la madre, il fratello e il Centro Impastato presentano un esposto in cui chiedono di indagare su episodi non chiariti, in particolare sul comportamento dei carabinieri subito dopo il delitto.
L’inchiesta viene formalmente riaperta nel giugno del 1996 quando Salvatore Palazzolo, pentito, indica proprio Badalamenti come uno dei mandanti del delitto. Novembre del 1997: viene emesso un ordine di cattura per Badalamenti. 10 marzo 1999 la posizione di Badalamenti viene stralciata, è così che i familiari di Peppino, il Centro Impastato, Rifondazione comunista, il Comune di Cinisi e l’Ordine dei giornalisti chiedono di costituirsi parte civile e la loro richiesta viene accolta. Nel 1998 presso la Commissione parlamentare antimafia si costituisce un Comitato sul caso Impastato.
Ventuno settembre 2000, nel processo contro Badalamenti, vengono respinte le richieste di costituzione di parte civile del Centro Impastato, di Rifondazione comunista e dell’Ordine dei giornalisti. 6 Dicembre 2000 viene approvata una relazione sulle responsabilità di rappresentanti delle istituzioni nel depistaggio delle indagini. L'11 aprile 2002 Gaetano Badalamenti viene condannato all'ergastolo.
“Hanno aperto una ferita mortale nella nostra consunta giovinezza. Nessuno ci vendicherà: la nostra pena non ha testimoni” (P. Impastato).
Ornella Lodin












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