Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Antonietta Feresi Fabbri.
Ecco! Anche la lanterna è andata su: scintillante e splendente di rosso e di oro, oscillante sulla soglia della camera.
E io, in precario equilibrio su questa vecchia scala a pioli, come quasi sempre nella vita, continuo a fissarla affascinata, come ogni volta che qualcosa rapisce la mia fantasia.
“Sono contenta e triste allo stesso tempo – penso accarezzandola con gli occhi – perché, anche se a metà, ho realizzato un sogno lungo una vita”.
Un sogno, perduto nel tempo, di me piccolina che, accoccolata con i miei fratelli ai piedi della mamma, ascoltavo, incantata, storie magiche di genti e paesi lontani.
Storie di draghi possenti e feroci guerrieri dagli occhi stretti e tirati all’in su; di giardini imperiali dai mille colori percorsi, in silenzio, da impalpabili sete fruscianti; di fiori di loto fluttuanti in piccoli laghi immoti e infinite mura visibili persino dal cielo più alto che c’è; e immense città “proibite” puntellate di rosse lanterne accese, a turno o a caso, talora, anche una sola volta nell’arco di una vita.
“Ma mamma! – chiedevo perplessa – perché proibite?”.
Se il tempo ha cancellato la risposta, il ricordo delle mie parole, ostinate e risolute, è passato indelebile attraverso gli anni: “Verrà il giorno – ripetevo – che camminerò sulla Grande Muraglia ma, soprattutto, passeggerò per la Città Proibita”.
Poi il passare degli anni, altre mille storie e i primi amori che calamitano ogni altro pensiero, allontanano fatalmente anche i più fantasiosi sogni infantili costellati di occhi a mandorla e mura merlate, fino a quando, per caso o per destino, la vita riporta ad appuntamenti già fissati e soltanto temporaneamente sospesi.
Il grande amore della vita, quello che “non potrà mai finire perché o lui o nessun altro”, quello che ti trova ovunque tu sia e ti strega, incatenandoti il cuore e i pensieri, ecco!, proprio quello mi scovò una sera d’estate.
Non fosse stato che le ferie degli amici mi avevano lasciato sola in città, e che la canicola di quell’agosto infernale mi costringeva a fuggire dai trentotto gradi delle mie due stanzette incastonate fra i tetti roventi del centro storico, non sarei mai finita all’arena a vedere un film di cui nulla mi importava.
“Prendi” – mi disse una voce a fianco porgendomi un candido fazzoletto in tessuto, di quelli che non si usano più.
“No, grazie – risposi tamponandomi il naso con il dorso della mano e continuando a rovistare, con l’altra, dentro il cimiciaio della mia borsa – ho quelli di carta, adesso li trovo”.
“Sì, certo – replicò lui – ma non ti basteranno mai se continui a piangere così!”.
“Io non sto piangendo” – risposi stizzita cercando di fermare in qualche modo le lacrime che, inarrestabili, scendevano come i goccioloni di un temporale estivo, mentre le luci si riaccendevano e la gente cominciava a defluire.
“Beh! – disse lui scrutandomi il viso – Dietro gli occhi arrossati e il naso gonfio e lucido come un peperone, non dovresti essere male! Ti va di andare a bere qualcosa insieme?”.
*
“Partiamo – mi disse una volta appena dopo l’amore – andiamo lontano. Noi due soli, in Cina, a vedere l’Esercito di terracotta …”.
“Oh sì! – risposi senza indugi, interrompendolo e ricordando racconti lontani – E a correre su e giù per la Grande Muraglia, e a Pechino, a passeggiare per la Città Proibita …”.
“Sì – fece eco lui – a vedere finalmente le tue lanterne rosse, come quelle del film che ti ha fatto singhiozzare tanto, ricordi?”.
Certo che ricordavo! E come avrei potuto dimenticare?
Quello che ancora non sapevo era che non avrei mai dimenticato nulla, neppure vent’anni dopo.
E poi – carte alla mano! – settimane trascorse a studiare i migliori percorsi, evitando accuratamente i monsoni e le piogge, il freddo intenso e l’afa soffocante.
Sogni e progetti cullati per mesi che, stupidamente e all’improvviso, crollarono sul rosso brillante di labbra non mie, lasciato di striscio – apposta o per caso – sul bordo di un colletto che non riuscii a evitare.
Umiliata e ferita non superai quel dolore che mi spaccò il cuore e che annientò, in un attimo, il sogno di una vita.
E con i miei sogni di bimba che non capiva il senso di una “città proibita”, anche i miei sogni di donna si sbriciolarono davanti ad una realtà inaccettabile: il mio “grande amore, quello di una vita” durò meno del progetto di un viaggio.
Ma il tempo è un galantuomo, e se anche per un periodo apparentemente interminabile pensai di morire, come tutti, sopravvissi.
E viaggiai; sola, con amiche, con altri amori.
Altri itinerari e meraviglie da scoprire nei luoghi e negli occhi della gente, grandi cattedrali e bimbi che, scalzi e luridi, gioivano del dono di una di una biro, di un block notes, di una carezza negata.
Poi un bel giorno, tanto tempo dopo, aggregata ad un gruppo di pazzi amici “astrofili” votati all’inseguimento del sole nero in ogni parte del globo, et voila, il mio vecchio sogno a portata di mano.
Certo, l’emozione del sole che pian piano scompare insieme alla luce di un giorno che vuole morire alle dieci del mattino, è solamente la scusa ufficiale che devo trovare in me stessa per decidermi a partire! Ma quel buio così innaturale che in breve ammanta e cancella profili, colori, rumori, e il freddo che cala, repentino e improvviso, e fa rivestire nonostante la calura infernale di poco prima, regalano emozioni che non avrei mai immaginato di provare.
E nel silenzio sacrale di altri sei, settecento, chissà mai quanti!, tutti, come me, con il naso all’insù, sento il mio cuore che batte impazzito nel petto, scandendo i secondi mancanti a che il sole nero riprenda a brillare.
Poco ancora e tutto tornerà come sempre: la luce del giorno mi accompagnerà a Pechino dove il buio della notte mi farà sognare di rosse lanterne e passi felpati in luoghi interdetti.
*
Ecco! La mia lanterna si accende e brilla, illuminando di una tenue luce rossa le pareti circostanti.
Era l’ultima cosa da sistemare dal mio rientro dalla Cina.
Tutto il resto era già stato fatto: consegnati i regalini, lavato il kimono, appeso il ventaglio, steso sul letto il piumone in seta, sistemato il vaso cloisonné, riposta la scatola con le miniature dei guerrieri in terracotta!
Sì, lo so che questa potevo risparmiarmela: l’acquisto dei cinque guerrieri più il cavallo è sicuramente stata una delle cose più kitch che abbia mai fatto ma, come ho detto cercando di giustificarmi agli occhi increduli dei miei compagni di viaggio, “il mio è un presepe multietnico e anche questi faranno la loro bella figura!”. La mia, invece, è stata una figuraccia, lo so! Ma la verità è un’altra e non potevo dirla. La verità è che ho comprato quei soldatini con uno un unico scopo: portarli ad una persona speciale.
La persona che ho amato da impazzire e che mi ha fatto quasi morire di dolore. La persona che è stava sul punto di realizzare il mio sogno di bimba che fantasticava su draghi possenti e feroci guerrieri dagli occhi all’in su, e che per una stupida, banale avventura si è giocato tutto su una macchia rossa sul bordo di una camicia. La persona che, non dandomi tregua, ha continuato a cercarmi per lunghi interminabili mesi chiedendomi un’altra possibilità e che, quando finalmente ho accettato di rivedere, non è mai arrivata. Ricordo tutto di quella interminabile sera trascorsa ad aspettarlo. L’emozione e l’ansia di un ritorno che non avrebbe avuto motivo di essere, perché era con me che avrebbe dovuto restare, da subito e per sempre. L’accuratezza nella scelta dei particolari, dell’abito, del trucco, perché mai, come quella sera, avrebbe dovuto vedermi bella. E poi l’irritazione di quel ritardo immotivato e stupido, e la paura di qualcuno – un’altra donna, sicuramente! – che, ancora una volta, avrebbe potuto distrarlo da me e portarlo altrove. E la rabbia furiosa della certezza che non sarebbe mai più arrivato e che ancora una volta, si era preso gioco di me. Neppure l’ululato sinistro e il lampeggiare delle sirene avevano distratto i miei pensieri dall’unica mia certezza: era sempre il solito figlio di puttana.
*
“Partiamo, andiamo lontano. Noi due soli, in Cina, a vedere l’Esercito di terracotta …”.
Eccolo qui l’Esercito di Terracotta! Domani te lo porto. Ho pensato che ti piacerebbe il soldato a cavallo. Stai tranquillo, è piccolo e in mezzo a tutti i fiori che hai sempre attorno non si noterà. Mi piace quello perché mi ricorda te, a cavalcioni della tua moto, come nella foto sopra i fiori. Quella con cui ti sei schiantato venendo da me la sera in cui non sei mai arrivato.
Sai, ti sarebbe piaciuto davvero vedere quei seimila soldati schierati, uno a fianco dell’altro, e tutti incredibilmente diversi ma, credi!, come è successo a me, ti saresti emozionato di più a vedere l’infinità assoluta della Grande Muraglia! Davanti, dietro, di fianco, e poi sopra, sotto, ovunque volgi lo sguardo la vedi: maestosa e imponente, misteriosa e affascinante e … e poi ti devo raccontare del Fiume Azzurro che tutto è tranne che di quel colore, e dei grattacieli di Shangay e del cibo e …. domani, domani vengo e ti racconto tutto.












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