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Sabato 11 Settembre 2010
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L’impotenza di chiamarsi Ernesto

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Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto diFrancesco Franceschini.

L’essenzialità di una stanza da lavoro. Una sedia, un tavolo, un portatile e 4 pareti. Solo così
Ernesto riusciva a scrivere. Ma si sposò, e con sua moglie andò ad abitare in una casa piccola. Non
ce la fecero a ricavarci uno studio come diceva lui. Si ritrovò a scrivere in camera da letto, col
computer sulle ginocchia. Il letto matrimoniale, i comodini, un armadio troppo grosso per quella
stanza, la collezione di Martin Mystere impilata in un angolo.
Si sentiva soffocare. Non scriveva una cosa decente da mesi.
In realtà non aveva mai scritto una cosa decente, perché era senza talento. Solo che ultimamente se
ne accorgeva anche lui. E pensava da tempo a un gesto clamoroso, che gli permettesse di attirare
l’attenzione.
Sua moglie lo compativa, ma solo di tanto in tanto.
Il primo giorno di primavera Ernesto non ce la fece più.
Prese il portatile, si trasferì sul balconcino due metri per uno e provò a imbastire una storia. Tirava
un vento fresco, che lo prese alle spalle. Ernesto starnutì un paio di volte, tirò su col naso. Sua
moglie gli gridò qualcosa, dal bagno. Lui non rispose.
La donna finì di vestirsi, urlò “Vado a comprare la senape!”, in direzione della camera da letto;
entrò in cucina e, senza guardare fuori, chiuse la porta-finestra del balconcino. Quindi uscì di casa.
Dopo cinque minuti, Ernesto si accorse di essere in trappola. Cercava un fazzoletto di carta. Dal
naso gli colava un umore appiccicoso come colla liquida. Bussò sul vetro, chiamò sua moglie, ma la
senape aveva avuto la meglio sul resto del mondo.
Si soffiò il naso con le dita, se le impiastrò, si pulì il moccio sui calzoni.
Soffocò tre o quattro parolacce di buona fattura (degne, quelle sì, di un vero scrittore), mentre
gli occhi cominciavano a velarsi di un’acquerugiola irritante, e le narici gli bruciavano come se ci
avesse infilato del peperoncino. “Devi solo soffiarmi il naso – pensò – solo soffiarmi il naso”.
Provò a farlo ancora con le dita, ma il moccio stillò a fiotti infilandosi nelle maniche della camicia
e su su fino al gomito. Ernesto provò un fastidio micidiale. Si spogliò nervosamente, mentre dal
naso continuava a colargli un liquame colloso. Con la camicia appallottolata si pulì le braccia; poi,
mezzo umida e impiastrata, se la strofinò in faccia. La vista finì di annebbiarsi; si passò la camicia
anche sugli occhi e li irritò del tutto.
Il suo naso era una fontanella lasciata malamente aperta. Starnutì ancora. Respirava a bocca aperta,
e il moccio gli finiva in gola.
L’idea di soffiarsi il naso con le mutande lo colse a un passo dalla disperazione. Si sfilò i calzoni
assieme agli slip, saltellando su una gamba e poi sull’altra.
Restò nudo, la scarpe ai piedi. Continuando a colare moccio, liberò le mutande dai calzoni e
finalmente, fragorosamente, con quelle si sgombrò il naso. Ci vollero cinque potenti soffiate.
In quel preciso, aritmetico istante, si affacciò la ragazza del piano di sopra.
Una ragazza grassa, coi capelli viola, disinvolta e un po’ idiota. Di quelle che su Facebook creano
gruppi contro la mafia e poi vanno ad aspettare, in lacrime, i Tokyo Hotel fuori degli alberghi.
Ernesto la vide come sott’acqua. Lei guardò lui, le sue scarpe, i suoi stinchi, le ginocchia, il suo
pene floscio, la pancetta, la triste peluria del petto, la faccia mogia, il naso paonazzo, gli occhi
languidi. Vide i vestiti per terra. Non tentò nemmeno di soffocare la risata, ed ebbe appena il buon
gusto di ritrarsi dalla finestra. Ernesto seguitò a sentire la risata nelle orecchie per qualche secondo
ancora.
Fu lì che decise di averne abbastanza. Lo colse anche la certezza che non avrebbe mai meritato un
appartamento più grande. E il gesto clamoroso prese corpo.
Senza perdere tempo a rivestirsi, si mise a cavalcioni sulla ringhiera del balcone. Si volse a guardare
lo schermo del pc, la pagina bianca di Microsoft Word. In basso a destra gli occhi della graffetta
antropomorfa lo fissavano perplessi.
Sentì il freddo della ringhiera sotto i testicoli. Starnutì con fragore. Scavalcò la ringhiera anche con
l’altro piede, restando in equilibrio coi talloni sul pezzetto di muro sporgente.
Per la prima volta nella sua vita si sentì del tutto impotente. Nessuna impresa avrebbe mai riscattato
la perfetta vergogna di quel giorno. E poi non sarebbe mai diventato uno scrittore famoso: non
aveva abbastanza amici cui vendere i suoi libri pubblicati a pagamento.
Si lanciò nel vuoto, dal terzo piano. Pochi metri fino a terra, ma era così stupido che sarebbe morto
lo stesso.
Meglio martire – si disse – che fallito.
In volo capì la relatività del tempo. Gli parve non finisse mai, quel salto. Ebbe il tempo di sentire
tra le gambe il pene che da floscio si drizzava in un soprassalto di dignità. Si sentiva ridicolo non
perché era nudo, ma per le scarpe ai piedi.
Mentre era in volo, sua moglie tornava, col suo sacchetto pieno di senape.
Lei ebbe appena il tempo di alzare istintivamente gli occhi. Percepì Ernesto che le si schiantava
sopra, con la sua pancetta da impiegato del catasto e l’uccello dritto. Un decimo di secondo. La
donna fracassò le sue ossa sul selciato. Il cranio si spaccò come una noce di cocco, con un rumore
pieno. Il sangue dilagò rotondo, sull’erba del vialetto condominiale.
Il vasetto di senape rimase intatto.
Ernesto se la cavò con la frattura di un gomito.
Fu inquisito per omicidio colposo. Gli diedero due anni, con la condizionale.
I Tg aggiornarono la vicenda per un anno e mezzo; tre, quattro volte la settimana. Un programma
pomeridiano la ricostruì con attori e sangue finto.
Quando riprese a scrivere, la prima cosa che scrisse fu questa storia. Ci mise un prima e un dopo,
ci mescolò un po’ di Mazzucco e un po’ di Tamaro; un sapore di solitari numeri primi e un odore
di Stabat Mater. Pubblicò con un’editrice potente e un poco snob. Di quelle che orientano i premi
letterari, corrompono i giudici, spartiscono la torta. Gli fecero un editing che trasformò il romanzo
in un’altra cosa. Un sistema sicuro per tramutare qualsiasi imbecille in un artista spocchioso.
Andò in televisione e il conduttore mise il suo libro in favore di camera. Andava a ruba, specie nei
supermercati. Un regista, che ufficialmente era ritenuto un genio e ufficiosamente uno stronzo, ci
fece un film. A una mostra del cinema, quello stesso regista volle selezionare domande e giornalisti,
per poi spalmare il suo sarcasmo da intellettuale sulla platea dei fan.
Il film fu giudicato patrimonio della cultura italiana. Sfiorò l’Oscar, ma fu escluso dalla cinquina
finale. Si indignarono in tanti, per questa ingiustizia. Il regista, da una delle sue case in giro per
l’Europa, parlò di disegno politico eversivo, di rischio democratico. Ai suoi più stretti collaboratori
confessò una certa stanchezza, e il desiderio di non far più ritorno in Italia. Almeno finché il
governo, per legge, non avesse ampliato il tempo dell’happy hour.
Ernesto divenne ricco. Comprò una casa più grande. Cominciò a votare progressista, anche se in
cuor suo era rimasto un analfabeta reazionario.
Di tanto in tanto firmava un articolo di fondo scritto da altri. Ignorava gli aspiranti scrittori che lo
contattavano per avere un consiglio, un giudizio. In tv appariva con la faccia severa, da emergenza
democratica.
A volte, prima di dormire, si rammaricava del tempo perso. E quindi di non aver ammazzato sua
moglie il giorno stesso delle nozze.

 
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