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Mercoledì 22 Maggio 2013

Melodia

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Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Sara Bau.

Al chiaro di luna, distesa sulla mia vecchia sedia al dondolo, circondata dal verde prato e da quel melo amato e odiato, potevo udire ancora il suono di quella melodia. Quelle stesse note, gli stessi tempi, le stesse pause, gli stessi ricordi…  lo stesso dolore.

La melodia continuava a suonare dolce e leggera nella mia mente. Solo lì ormai poteva dare concerto, nessuno l’avrebbe mai più suonata a quel bellissimo pianoforte nero a coda. Nessun suono poteva più ormai distrarmi dalla contemplazione di quella melodia.

Com’era bello, un tempo, rimanere lì ad ascoltarti, vedere le tue dita affusolate che carezzavano quei testi bianchi, poi neri, poi di nuovo bianchi. Vedere il tuo sguardo assorto, compiaciuto. I capelli che ondeggiavano nella musica, il sorriso che si delineava sulle tue labbra. I piccoli concerti solo per me… Triste il loro ricordo… doloroso. Quanto male mi fanno adesso!

Non riesco più ad esprimerti tutto con le parole. Ero abituata a parlarti con gli occhi e tu a leggere i miei, ma adesso…

La melodia aleggiava ancora nell’aria, quando il vento autunnale si alzò. Lo ricordi? Il suono delle foglie secche che danzavano sulla strada? Anche dove sei adesso le foglie hanno lo stesso suono?

Danzano insieme all’aria nelle giornate di autunno?

Com’è silenzioso il vento, adesso. Spira, ma non riesco a sentirlo. Vedo le foglie ondeggiare sui rami, rincorrersi fra l’erba verde. Il vento ha ancora un suono per te? Nulla per me ha un suono, adesso. Solo la tua melodia ricopre candidamente ogni tono. Ne sono felice.

Ricordi tutti i nostri sogni?

Sai, ogni tanto mi capita di confondere i nostri desideri. Non ricordo bene se eri tu a preferire le giornate autunnali o io. Tu lo ricordi?

Quanto tempo fa ci siamo conosciuti? Il tempo non ha quasi più spessore per me, adesso.

Mi ricordo le foglie, però, ed il vento che correva fra i rami. Potevo sentirlo carezzarmi le guance, potevo sentirlo sospirare accanto a me. Ricordi lo scorrere lento e silenzioso del tempo? Ormai non sento più l’importanza delle lancette che picchiettano incessanti nell’ingranaggio meccanico che è l’orologio. Non lo sento più… come non sento il vento.

Tu senti ancora qualcosa? Il freddo? La nostalgia? La solitudine?

Il tuo pianoforte è ancora lì, esattamente dove l’hai lasciato tu. I fiori sono sempre gli stessi che posai quel giorno nel vaso color crema. Erano freschi e profumati. Ricordi che mi sorridesti, guardando quei fiori colorati? Chissà cosa diresti, adesso… Adesso che sono secchi e sciupati. Sono soli nella polvere di quella stanza. Come me.

Ricordi che fiori erano?

Io sì. Genziane. Genziane blu.

Blu come il tuo sguardo.

Ricordi quel giorno?

I fiori freschi, la stessa melodia che palpitava limpida per la casa, il sole autunnale che filtrava dalle tende bianche. Litigammo quella mattina. Ricordi per cosa? Quanto tempo è passato? Troppo…

Non ricordo i nostri litigi, non più. Ricordo i nostri sorrisi, le nostre passeggiate.

E tu ricordi ancora qualcosa? Ti è permesso ricordare?

Uscisti da quella porta, giurando che non saresti mai più tornato.

… Non stavi mentendo. Ma, stupidamente, non mi preoccupai di quelle parole. Sapevo che saresti sempre tornato da me. Invece, sarei stata io a dover andare da te. Rimasi in palpitante attesa tutto il giorno. Saresti scomparso davvero dalla mia vita per un futile litigio?

Avevo già scordato, avevo già dimenticato quel futile litigio! Perché non stavi tornando da me?

Bussarono alla porta. Il sole era quasi tramontato. Le foglie secche ricoprivano tutto il vialetto di fronte la casa. Corsi alla porta, sapendo che eri tu.

Invece, mi ero sbagliata per la seconda volta in poco tempo. Era un uomo. Aveva l’aria abbattuta e stanca. Un vestito scuro. L’aria da impiegato. Le mani giunte. Un cappello in testa.

Un incidente, signora. Non siamo riusciti a salvarlo, signora. Sono immensamente dispiaciuto. Disse altro. Parlò a lungo fermo sull’uscio, senza che io lo facessi accomodare. Ma io… io non sentì più nulla. Arrivederci, disse infine.

Arrivederci.

Dov’era la nostra melodia? Il suo suono era scomparso così improvvisamente? E la pendola? Non batteva più l’ora? Dov’erano i suoni della mia vita? Dov’era l’uomo della mia vita? Ancora non mi avevi perdonato?

Ma io non potevo più  venirti a cercare. Eri andato nell’unico luogo dove non avrei potuto raggiungerti tanto presto. Lo sapevi, vero?

Richiusi la porta lottando contro il vento autunnale. Mi avvicinai al pianoforte. Volevo rimettere la musica nella nostra casa. Ma le note non uscivano dai tasti. Premevo quei tasti, battei su quei tasti. Ma la musica non si spandeva per la casa. Chiusi il pianoforte urlando. Ma non riuscì ad udire neanche le mie grida.

Corsi alla pendola. L’avrei ricaricata. Le lancette ripartirono con il solito vigore, ma il loro suono non tornò. Controllai gli ingranaggi. Versai l’olio in ogni punto del pavimento, cercando di smuovere i meccanismi. Il ticchettio non tornò.

Ti aspettai alla finestra tutto il giorno. Preparai il tuo piatto preferito. Ma tu non tornasti. Eri davvero molto arrabbiato. Non tornasti dopo un mese. Non tornasti dopo sei mesi. Non tornasti dopo un anno.

La gente continuava a ripetermi “Condoglianze, condoglianze, signora”. Ma io no ne capivo il motivo.

Mi avresti perdonato?

Gli anni continuarono a passare. Ti attesi quegli anni. Seduta sulla soglia della porta. Seduta in giardino. Affacciata alla finestra. La gente mi additava gridando “Pazza!”

Cosa ne sapevano loro della pazzia?

Esseri sempre in corsa, sempre alla ricerca di qualcosa, sempre bisognosi di qualcosa. Tafani!

Ah! Un altro colpetto al cuore. Sai, da quando te ne sei andato, mi succede sempre più spesso.

Non importa, passa subito quasi sempre. Un signore con fare distinto è venuto a trovami l’altro giorno. Ha detto di essere della mutua. L’ho fatto entrare. L’ho fatto accomodare in cucina. Il salotto aspetta ancora il tuo ritorno. Il piano è ancora lì, insieme alla pendola.

Mi ha firmato delle ricette. Dice che mi devo curare. Ma per cosa? L’ho scacciato in malo modo. Ho stracciato i foglietti che mi aveva dato.

Andai nel giardino. Sedetti sulla sedia a dondolo. Il vento si stava alzando. Le foglie ondeggiavano sotto la sua irruenza. Un piccolo colpo. Qualcosa colpì il mio orecchio. È il suono del vento? E questo fruscio che vibra dolcemente? Sono le foglie?

E questo… la melodia. La tua melodia. La nostra melodia! La stavi suonando per me?

Ed io… io sentivo! La sentivo! La melodia!

Sentì le lancette della pendola muoversi.

Mi stavi chiamando? Mi avevi perdonato?

Osservai la luna sulla mia testa, insieme alle stelle. Osservai le foglie che ondeggiavano sui rami. Osservai i miei capelli danzare insieme al vento.

Le stesse note, gli stessi tempi, le stesse pause, gli stessi ricordi… la stessa felicità. Le tue dita affusolate che correvano rapide sui tasti del pianoforte neri, poi bianchi, poi di nuovi neri. Il tuo sguardo assorto, compiaciuto. I capelli che ondeggiavano nella musica, il sorriso che si delineava sulle tue labbra.

Chiusi gli occhi. Ora la melodia era la mia casa. Stavo venendo da te, come avrei dovuto fare tanti anni fa. Le tue note mi stavano indicando la strada. Ma tu lo sapevi, vero?

Un sentiero luminoso si aprì  davanti al mio sguardo. Sostituì il pallore della luna, la luce delle stelle, il blu della notte. Stavo danzando come facevo tanto tempo fa. Lo ricordi?

Sentivo la tua melodia riempirmi le orecchie. Era lì. Era viva! Non troneggiava più solo nella mia mente spenta!

Raggiunsi la fine del sentiero. Le note si spensero. La luce si attenuò. Afferrai forte la tua mano per non lasciarla mai più. Mi guardasti sorridendo. Mi facesti strada nella tua casa.

Mi avevi perdonato.

 
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