Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Grazia D'Altilia.
Lo sfondo è blu. Un blu che non è chiaro. Un blu che non è scuro. Potrebbe essere mare. E ad avvicinarsi è proprio mare. Lo si deduce dalle minuscole barchette che, più che navigare, paiono volteggiare. Perché non c’è piano, solo uno sfondo dove la direzione diventa opinabile parere. Lontano, vicino. Destra, sinistra. Sopra, sotto. Dentro fuori…Ci sono le barche e c’è il mare. Forse è quanto basta. Si tratta in fondo di una semplice stoffa. Un grezzo cotone colorato e disegnato che cade a comune scamiciato sul corpo sfatto, pesantemente abbandonato sulla plastica di una sedia.
È una donna. Un relitto di donna. Si porta il mare addosso e gli occhi vi affondano, ancorandosi ora ad una barchetta, ora ad un’altra ora in acqua alta. Forse dirigono la pupilla in tutt’altro e lo sguardo galleggia piuttosto in una dimensione di non intuibile definizione.
“Che ti tuffi Maddalè?”
Silenzio
“Ma sai nuotare almeno Maddalè?…Che ti sei fatto mai un giro in barca Maddalè?”
Silenzio.
“Ma lo conosci almeno il mare Maddalè?”
Silenzio ed immobilità.
“Ueh, Maddalè ma che ti sei annegata? Una parola dilla. Sott’acqua non si parla, ma all’aria la voce canta, Maddalè! Canta Maddalè! Fammi sentire una canzone…”
La testa della donna è reclinata in avanti. Più di tanto però non si flette, ostacolata da una sorta di cuscinetto adiposo che le raddoppia il mento. Si direbbe guardi la pancia, voluminosa e tondeggiante, su cui la stoffa con i disegni delle barchette, ben tesa, è un mare diventato lago. Non una grinza. Non un’increspatura.
Forse segue il ritmo dell’addome che si solleva e che si abbassa e che soffia una leggera brezza sulle piccole vele spiegate.
“Maddalè…Maddalena?! …che in mezzo al mare, ti sei addormentata? E canta come una sirena, Maddalè!
E se non vuoi cantare, dì almeno una parola. Senza una parola, il tempo si appiccica. E se si appiccica, si appiccicano le lancette e si appiccica il sole troppo in alto e la giornata diventa un mese…che dico, un anno…che dico, un secolo…insomma, Maddalè, l’orario d’apertura della pasticceria qui vicino non arriva più…che non la vuoi oggi la “diplomatica”?”
Il mento resta poggiato sul cuscinetto e gli occhi nascosti dalla saracinesca delle palpebre.
“Maddalè?! Hai paura che ti viene il mal di mare se mangi la diplomatica? Ma prendi la medicina…con la medicina diventi calma come il mare quando è tavola!”
Accanto alla donna, a gambe accavallate, su di un’altra sedia, un uomo dirige alle labbra una sigaretta. Con calma aspira e dopo pochi secondi lascia fuoriuscire un lungo soffio di fumo, che lentamente svanisce. Gli occhi ci sono piantati dentro. Verso l’alto. Fissi in un punto che ora è nebbia, ora nitidezza. Affondati nel cielo o in una dimensione di difficile definizione.
“Peppe che ti sei incantato?”
Silenzio.
“Guarda che il fumo ti brucia le spugne ed anche il cervello!”
Silenzio e un braccio che a rallentatore si flette e si estende quel giusto per avvicinare le dita alle labbra.
“Ueh, Peppe, ma che pensi o leggi? Che il fumo ti scrive per aria? …Ho capito, vuoi volare…vuoi volare Peppe?”
Silenzio.
“Ma lo sai che non hai gli attributi?! Le ali voglio dire…le ali…e non credere sempre a male, che voi maschi vi conosco. Mi dispiace, però te lo devo ricordare…senza attributi non voli!”
Silenzio e la gamba accavallata dondola. La punta aguzza dello stivaletto punzecchia l’aria. Orribili calzature. Per altro inadeguate alla stagione e alle calde temperature. Inadeguate a quella giornata.
“Peppe non ti fissare adesso. Una parola, però, puoi dirla anche tu. Mi dici di parlare. Mi dici di cantare. Mi dici che dobbiamo spiccicare il tempo…ma se pensi solo dove puoi dirigerti in volo, la diplomatica oggi non ce la mangiamo. Che preferisci la medicina che ti toglie la fissa? La medicina sì che ti riporta subito a terra…quella ti piega gli attributi!”
Maddalena e Peppe mi sono davanti. Un nome appena inventato per ognuno di loro. Quelli veri non li conosco. Siedo a pochi metri di distanza su di una panchina di finto legno dove aspetto d’essere chiamata. Ho preferito rimanermene nel cortiletto. Ho vicino un rosaio a rose bianche ormai trapassate; sopra, l’ombra di un abete che s’allarga a mò d’ombrello. Strana compagnia penso. L’abete con il rosaio. Ma in questo luogo, azioni e pensieri s’ingolfano in bizzarri crocicchi. Non se ne verrebbe a capo se non con fantasia. Con ironia. E con il cuore che si frappone ai pregiudizi. Per questo il finto discorso è gioco immaginario. La voce al mutismo. Le parole al silenzio. Il dialogo all’incomunicabilità
Maddalena continua ad esplorare gli abissi del suo mare, sprofondata mollemente in una sedia che non dev’essere neppure tanto comoda. Il tempo del suo far nulla gareggia con quello di Peppe; si incenerisce assieme al tabacco della sigaretta. La loro immobilità amplifica la marcia di un qualunque orologio. In durata ovviamente. È lunga anche per me che attendo. Giocare con le parole è semplice, ed allora animo il colloquio.
“Maddalena con il salvagente non si affoga. Ce l’hai un salvagente, Maddalè? Non è che ne hai uno anche per me? Vengo a nuotare con te…e che ci importa della diplomatica…
“Io non so nuotare Peppe…”
“…così se ti allontani non ti lascio allontanare…così se un vortice di paura ti mulina intorno io non ti lascio risucchiare…
“…io non so nuotare Peppe…”
“…così se ti dicono che ti perdi in un bicchiere d’acqua…”
Il filo del pensiero si spezza. Un attimo di smarrimento.
“…sennò Maddalena se mi vengono gli attributi lasciamo il salvagente e voliamo!”
“Ma tu non sai volare Peppe!”
“Prendiamo l’elicottero, Maddalè…”
“E il biglietto. Ci vuole il biglietto. E poi anche tu ti perdi in un bicchiere d’acqua. E se ti perdi, non trovi più la strada. Se non trovi più la strada, non sai dove comprare il biglietto.”
“La medicina Maddalè…C’è sempre la medicina. Quella che ci danno serve a non farci allontanare troppo quando ci perdiamo. A noi ne serve una diversa. Una che ci fa uscire dal bicchiere…
“Ma forse non esiste!”
“L’abbiamo forse mai chiesta?!”
“E’ vero Peppe. A volte ragioni proprio giusto…che ci importa della diplomatica; dobbiamo voler di più: un salvagente, un elicottero…e se rompessimo il bicchiere d’acqua dove spesso ci perdiamo?”
“Però Maddalè, quando parli, anche tu a volte ragioni proprio bene. Che dici se ragionassimo insieme?!”
“Sì, si può provare qualche volta, però, se ti venissero gli attributi…le ali dico, saresti troppo speciale!”
Troppo speciale il mio lavoro, in groppa per sei ore a cavalcare sul confine che separa la follia dalla normalità.
Nel cortile di una struttura per malati mentali, aspetto di essere convocata. Sono una provata cavallerizza. Dieci anni di lavoro alle spalle. Adesso sono in un altro luogo. Un’altra città. Ho dato un taglio alla mia vita. Sarà stata una follia?
Nell’inventata ed estemporanea confabulazione, attribuisco l’ultima battuta a Maddalena, quando vedo che solleva il capo. Peppe, invece, si gira verso di lei, liberandosi dell’ultima boccata di fumo; poi sbotta in un colpo di tosse, ma prima sono certa che una parola gliel’ha detta. Si accorgono di me quando una voce a loro nota pronuncia il mio nome
“Signora Sardi si può accomodare, il dottore è arrivato…”
Mi alzo. Un po’ mi tremano le gambe. Ad una certa età non si è più abituati agli esami. E questo colloquio è un vero esame. Se lo supero sono assunta.
L’uomo e la donna sono seduti a sinistra della porta d’ingresso. Restano piuttosto indifferenti al mio passaggio. Lei si muove e un’onda s’increspa sull’addome. Alcune barchette si sollevano; altre affondano. Poi l’onda s’inamida nel blu della stoffa. Lui invece tira fuori un’altra sigaretta e un’altra ed un’altra ancora. Che voglia fumarle tutte insieme?
Dopo mezz’ora, dopo che il dottore ha soddisfatto le sue ragioni ed io spiegato le mie, sulle parole di congedo mi ridono gli occhi. Contengo l’euforia per non sembrare pazza. Stringo la mano.
“A domani allora. Sarò puntuale. La puntualità è il mio forte. Mai un ritardo. Sempre precisa. Arrivederci dottore.”
Troppo precisa, fin quando ho sterzato bruscamente ed ho frenato. Si cambia. Al dottore non l’ho raccontato. Non è la parte di me che poteva interessarlo. Meglio tenerla nascosta la mia follia. Per me è coraggio di ricominciare; ma pochi lo comprendono anche tra le menti, madia di pane e dolci, colme del necessario e del più che necessario.
Sono sulla porta d’ingresso e i due ospiti fanno ancora da esemplari sentinelle. Salterei e starei anche nel luogo adatto, però, mi chiedo autocontrollo. Il dottore potrebbe essersi avvicinato alla finestra.
Guardo la donna immersa nel suo mare e l’uomo vagante per il cielo.
“Peppe, quella crede che non ci siamo accorti di lei…”
“Maddalè, tutti credono che non ci accorgiamo di nessuno…”
E ancora tra me e me …
“….Domani rompiamo i bicchieri…
…domani tagliamo le rose appassite…Che ne pensi Maddalè?...e tu Peppe la vuoi una nuova medicina?...”
Domani abbasso il freno a mano e si riparte.
Con e senza follia.









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