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Sabato 25 Maggio 2013

L'attore

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Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Alessandro Gattuso.

Aeroporto di Buenos Aires, cinque ore indietro.

    Al ritiro bagagli, uno dei due signori capelli bianchi agguanta il suo trolley gigante e con un colpo secco lo trascina giù dal rullo, sul marmo lucido degli arrivi. Lo sforzo di trenta chili gli gonfia una vena che prolunga la linea verticale del disegno a quadri fuori dal colletto della camicia maniche corte.

    L’altro signore capelli bianchi è di spalle, i baffi puntati verso i cartelli dell’uscita. - Ehi, - dice al compare, - io, quel ragazzo, lo conosco -. Gli tocca un braccio, gli brillano gli occhi. - Guarda, non è quello della televisione?

    - Chi? - chiede l’altro, e via, di nuovo, colpo secco, il trolley del compare per terra. Questa volta la vena gli esplode fin sotto la faccia rossa irrigidita dai quaranta chili e passa, e la linea verticale del disegno a quadri della camicia maniche corte risulta nettamente meno spessa e gonfia e livida della vena sul collo.

     - Sì, quello lì, l’attore. Lo vedi? Laggiù, col cappello.

    Giacca di pelle, grande cappello nero, gli stivali a punta e la barba sfatta, i pantaloni flosci e gli occhiali scuri, il presunto attore scivola oltre la folla di turisti del volo AZ7279 Roma - Buenos Aires.

    - Insomma, ti sbrighi?

    - Mi sbrigo? Si può sapere perché diavolo non prendi il tuo trolley?

Dài, muoviti.
Non è un trolley, è un armadio con le ruote.
Smettila di lamentarti. Muoviti.
Sembra il trolley di mia moglie.
Quante storie. Presto. L’attore sta uscendo.
    I due affrettano il passo verso le porte automatiche dell’uscita e slittano incontro all’attore, che in mezzo alla folla si distingue con facilità, perché alto, perché nero, perché di attitudine di gran lunga più argentina degli italiani sbarcati in Argentina con lo stesso volo.

    Il signore capelli bianchi e baffi non riesce a frenare l’entusiasmo, né il passo, e infine scivola, urta l’uomo. - Mi dispiace, non volevo, - negli occhi un lampo di scuse illumina una traccia di imbarazzo.

    L’attore si piega, raccoglie il capello, ha la piazzetta e un forte odore di acqua di colonia. Poi si tira su, scuote il cappello con calma, se lo rimette. Dall’alto dell’occhiale scuro dice, non si preoccupi, l’Argentina è il paese del tango, può capitare, uno scivolone.

    - Mi dispiace davvero. Io e il mio amico, qui, - mentre il signore camicia a quadri maniche corte sta arrivando con i due trolley giganti, - io e il mio amico qui eravamo sullo stesso volo. Da Roma. Eravamo seduti in coda all’aereo, l’abbiamo vista andare in bagno.

    - Probabile. Io era in testa. Da Roma non c’erano altri voli.

    - Non ero sicuro che fosse lei.

    - Sì, sono io.

    - Meno male, - dice il signore capelli bianchi senza baffi. Si stacca dai due trolley, riprende fiato. - Il mio amico mi ha fatto una testa così.

    L’attore smorza un sorriso. - Sono qui per presentare il mio film.

    - Noi siamo di Bergamo, - dice attraverso i baffi il primo signore, come se le due cose - fare l’attore e vivere a Bergamo - avessero la stessa rilevanza sociale. - Facciamo frequenti viaggi in Argentina, fin dagli anni settanta. Commercializziamo il nostro prodotto.

    - Io sono un prodotto, - confida l’attore.

     L’amico senza baffi, camicia a quadri, vena a riposo, guarda l’attore con diffidenza; l’imprenditorialità nella schiena dritta e la faccia segnata da anni di lavoro. Nonostante la fronte rugosa e i ciuffi bianchi della barba, l’attore ha l’aria scanzonata di chi può permettersi di viaggiare un po’ fuori dai binari. Sembra un ragazzino. La televisione non lo migliora. Lo fa apparire più grasso, più vecchio. L’unica cosa che in tv è più bella sono i suoi occhi, grandi come quelli di un piccolo animale selvatico.

      L’attore si toglie di nuovo il cappello e in segno di saluto fa un inchino da clown e mostra la piazzetta. - Scusatemi, ora devo andare. 

      - Be’, comunque, complimenti. Per la carriera, voglio dire.  - E’ stato un piacere, - dice l’attore. Poi tende la mano ai due signori che a turno ricambiano il saluto con una stretta di calcestruzzo.

      L’aeroporto è pieno di persone. Vanno e vengono, ma non si capisce bene dove. L’aria è fresca e dalle vetrate il sole illumina la sala. Gli altoparlanti intonano le ultime raccomandazioni d’imbarco.

      - Hai visto? - dice il signore capelli bianchi e baffi che aveva riconosciuto e inseguito il personaggio. - Visto? Era proprio lui. Certo, è stato gentile, a voler fare due chiacchiere.

      - Sì, gentile. Ma chi era?

      - Come, non l’hai riconosciuto? - dice riappropriandosi dei quaranta chili e passa del suo trolley. - Era l’attore. Quello che fa quei film comici con quell’altro attore. Proprio lui. Possibile, non sai chi era?

      Intanto l’attore va trascinando i piedi verso l’uscita dell’aeroporto,  divertito dal piccolo incidente e di buonumore per l’ulteriore affermazione - ce ne fosse stato il bisogno – dell’evidente fama globale.

    Di fuori, su una panchina assolata, fermi ad aspettare il rispettivo taxi, ci sono un vecchio magro e una giovane donna, la matita in mano, la testa piegata sulle pagine di un libro.

    L’attore volteggia di gran carriera verso la panchina e con un’ultima piroetta si butta sulle ginocchia del vecchio, accavalla le gambe, gli si aggrappa alle spalle; un bambino un po’ in là con gli anni, rincuorato forse dalla pazienza materna del vecchio manager.

 
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