Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Solidea Basso.
Il coniglio nel forno era quasi cotto e la carne dorata sprigionava un allettante profumo. Irma richiuse lo sportello e gettò uno sguardo distratto allo schermo della TV, dove il telegiornale era alle ultime battute. Ancora pochi minuti e sarebbe iniziata la telenovela che seguiva fedelmente da 1735 puntate: “Ti aspetterò tutti i domani”. Una giornalista magrissima stava parlando dell’allarmante escalation di truffe a danno degli anziani che in quell’ultima settimana aveva fatto registrare già nove casi in città. Bah, solita quotidianità, si disse commiserando l’ingenuità della gente. Se ne sentivano davvero di tutti i colori, ed erano sempre più cervellotiche le trovate per fregare il prossimo. Miao-Lin, la gattona grigia dagli occhi verdissimi saltò sul tavolo come a voler sollecitare la ciotola di pappa. E in quella squillò il telefono. Era Giovanna che ancora non stava bene, l’influenza le aveva lasciato dei fastidi e non se la sentiva di uscire, pertanto l’appuntamento programmato con Nora e Piera si rimandava alla settimana seguente. Le quattro amiche erano solite trovarsi una volta al mese per giocare a carte e cenare insieme spettegolando un po’. Sullo schermo della TV l’identikit di una donna si dissolse nella sigla finale del TG e Irma iniziò ad apparecchiare per il pranzo. Era un po’ dispiaciuta per Giovanna, che si raffreddava con facilità malgrado il vaccino. Era sempre stata così, anche nei ventidue anni che avevano lavorato insieme come infermiere all’Ospedale San Diego. Il suono del campanello interruppe i preparativi e chiedendosi chi mai potesse essere, aprì. Due giovani e belle ragazze sorridenti le chiesero se potevano farle una dimostrazione di prodotti per la pulizia della casa. Decisamente no, disse Irma, non era interessata, ma con garbo le due insistettero che si trattava di pochi minuti e non era obbligata a comprare nulla. La più giovane delle due era visibilmente in stato interessante, l’altra aveva un borsone che posò a terra, quasi sui piedi di Irma. Con una mano sul pancione e una posata sullo stipite della porta, la ragazza sembrava sofferente e Irma pur volendo chiudere e sbarazzarsi delle seccatrici, d’istinto domandò alla moretta se si sentisse male. La giovane annuì con espressione timida e riguardosa, chiedendo se poteva sedersi un momento e magari avere un bicchiere d’acqua, così Irma non potè che invitarle ad entrare in cucina. Erano entrambe vestite sobriamente con pantaloni scuri e una larga camicetta fiorata l’una, una maglietta azzurra l’altra, scarpe da ginnastica e nessun gioiello. La moretta era certo più giovane, forse appena ventenne, la compagna aveva lunghi capelli castani e dimostrava una trentina d’anni. Miao-Lin si strusciò sulle gambe della padrona miagolando per ricordarle che ancora aspettava il cibo. Si lasciava facilmente impietosire, così Miao-Lin e suo fratello Dinamite mangiavano sempre troppo ed il veterinario non mancava di farle notare che erano sovrappeso. Ma che farci? Aveva il cuore tenero! Era Miao-Lin a mendicare sempre, lui era così solitario e pigro che se ne stava appollaiato sul bauletto di legno intarsiato e madreperla, suo trono assoluto, aspettando di sentire il rumore familiare e inequivocabile dei croccantini nella ciotola. Le ragazze si presentarono come Lara e Giusy, erano di Salerno e cercavano di guadagnare qualcosa con le dimostrazioni porta a porta. Irma che aveva lavorato in Ortopedìa non aveva alcuna esperienza di maternità e vedere la ragazza sofferente, la mise a disagio. Si passò una mano sui corti capelli bianchi, si aggiustò gli occhiali sul naso, tormentò brevemente i piccoli orecchini di perle, indecisa. Sullo schermo Sharon stava per tradire di nuovo suo marito, chissà come sarebbe andata stavolta, pensò Irma, curiosa di seguire la nuova puntata ma Giusy le chiese cortesemente se poteva usare il bagno e lei glielo indicò alzandosi per spegnere il forno. Lara approfittò del momento per aprire la lampo del borsone nero e toglierne alcuni prodotti che allineò sul tavolo piazzandoli sfacciatamente sulla tovaglia fresca di bucato. Erano flaconi anonimi, per niente accattivanti, con semplici diciture tipo Pulivetri, Lucincera, Lavapiatti. Irma non sapeva come sbrogliarsela senza apparire maleducata, tuttavia i prodotti non li voleva, stava per sedersi a tavola e la sua telenovela proseguiva senza di lei. Soffocò un sospiro: le ragazze cercavano di arrangiarsi, di questi tempi tirare avanti non era facile, e Giusy senza saperlo sollecitava il suo istinto di infermiera, non poteva restare insensibile e forse dopotutto poteva dare una mano acquistando qualcosa che pur sapendo di scarsa qualità avrebbe usato ugualmente. Così si apprestò ad ascoltare il tono suadente con cui Lara recitava le lodi di ogni flacone. Anzi, poteva farle vedere come restavano lucidi i vetri dopo averli puliti col suo spray? Prese uno straccetto dal borsone e si accinse a dimostrare la veridicità di quanto affermava sulla porta-finestra del balcone adorna di tendine gialle con margherite stampate. Ora si stava un po’ spazientendo, le sembrava che le ragazze stessero approfittandosi della sua gentilezza, così provò a dire che avrebbe comprato due prodotti e sperò che se ne sarebbero andate, lasciandola pranzare in compagnia della telenovela. Giusy era ancora in bagno, che avesse bisogno d’aiuto? si chiese Irma preoccupata. Lara parlava come un’imbonitrice, aveva alzato il tono di voce e la bombardava di esclamazioni e domande a cui si rispondeva da sola intercalando con risolini forzati, quando un trambusto inaspettato congelò ogni parola a metà. Dalla camera da letto giungevano rumori di mobili urtati, urla e lamenti, il soffiare feroce di Dinamite che si scatenava come mai nessun gatto si fosse visto fare, poi qualcosa piombò sul parquet e con suono rotto andò in pezzi. Certo era la statuetta di Capodimonte raffigurante un’infermiera che le colleghe le avevano donato al momento del pensionamento. Si precipitò di là contemporaneamente a Lara, per vedere Dinamite gobbuto ed arruffato soffiare come un drago in direzione di Giusy che teneva le mani premute sul viso insanguinato. Rivoletti rossi scendevano dalla fronte e dalle guance e lunghi graffi profondi sulle braccia stillavano sangue sui fiori giallini della camicetta strappata in più punti dalla furia indemoniata del felino. Dinamite era un gatto tranquillo e schivo, poco socievole con chiunque e non si lasciava toccare; quella reazione si scatenava anche tentando una carezza. Ma che ci faceva Giusy là, non era andata in bagno? Giusy uscì fulminea dalla stanza, mentre Lara raccattava prodotti e borsone e senza una parola infilarono la porta correndo a precipizio giù per le scale. Irma guardava ammutolita ed incredula, la moretta non pareva più star male, oltre ai graffi naturalmente, e un ciuffo di capelli rossi spuntava ribelle dalla parrucca di traverso. La pancia si era come sgonfiata e stava un po’ sghemba. Come un lampo, Irma rivide lo schermo del televisore con l’identikit di una donna solo pochi minuti prima che suonassero alla porta quelle due, ma che diceva il servizio? Ah sì, truffe ai danni di persone anziane, ladre che con i più strani pretesti s’intrufolavano nelle case di ingenue persone e poi rubavano quello che trovavano. Nell’identikit che la polizia aveva fatto con le testimonianze rese dalle persone derubate, i capelli erano…rossi! Perbacco, erano rossi, e quella ciocca traditrice che lei aveva notato mentre varcavano l’uscio di casa significava che sopra c’era una parrucca. Provò ad immaginarsela con la testa rossa, e le parve che la rassomiglianza con quel volto ricostruito in TV fosse notevole, poteva trattarsi davvero delle truffatrici che la Polizia stava cercando? Chiuse a chiave la porta e andò in camera da letto. Dinamite si era riposizionato sul bauletto, ma vedendola lasciò il suo posto preferito per miagolarle tutto il suo disappunto per l’oltraggio subìto. In quel bauletto, Irma teneva tutti i suoi gioielli, poche cose per la verità, ma preziose per lei in quanto ricordi, sentimentalmente impagabili se le fossero stati rubati. Dentro c’era anche il Bancomat, ricordò in quel momento con un brivido, e con mano tremante alzò il coperchio per controllare il contenuto. Oh buon cielo! sospirò, c’è ancora tutto, non sono riuscite a rubarmi nulla! Come ho potuto essere tanto sprovveduta e sciocca? Non fosse stato per Dinamite che aveva assalito Giusy, avrebbe potuto dire addio ai suoi tesori. Ma che aspettava? Bisognava avvertire immediatamente la Polizia, potevano beccarle facilmente, perché la finta moretta con quei graffi era ben riconoscibile adesso. Compose il numero mentre la musica di Ennio Morricone inondava la casa, una musica bellissima e struggente che chiudeva ogni puntata della sua telenovela preferita. Mentre il telefono squillava libero, provò un’immensa gratitudine per quel gatto esplosivo di nome e di fatto, così provvidenziale, improbabile, decisivo.









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