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Martedì 18 Giugno 2013
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Così va il mondo

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tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Salvatore Scollo.

Noi non abitiamo il mondo, come crediamo, ma solo la nostra visione del mondo.

Umberto Galimberti


  La notizia lo raggiunge in auto mentre guida senza meta, cercando di scoprire qualcosa in più su se stesso, come fosse in analisi. In sottofondo, il notiziario locale trasmesso alla radio: dal terrazzo del condominio dove Adolfo abita (il numero civico corrisponde), una donna minaccia di gettarsi giù.

Immediatamente pensa a sua moglie Stella, non gli risulta che da quelle parti ci sia qualcun'altra fuori di testa.

Quella mattina, prima di uscire da casa, hanno avuto l’ennesima discussione. O meglio, è stata lei (con l’espressione di chi si prende sul serio) a indicare, in un circostanziato ed estenuante monologo, quali comportamenti lui dovrebbe mettere in atto per non compromettere definitivamente il rapporto.

Per calmare le acque (ha detto proprio così), con sussiego e l’aria da saggia che sin da piccola si tiene incollata addosso come una seconda pelle, l’ha informato che passerà il fine settimana dalla sorella.


Finalmente è arrivata la chiamata per un colloquio. Adele apre la busta trepidante, con la paura delle cose nuove che ti si parano davanti con protervia, pronte a darti un cazzotto in pancia per dirti sin da subito che non sarà facile.

Cosa c’è di più terrificante di un sogno che minaccia di realizzarsi?

In fondo, nel suo paese la vita si svolge tranquilla, senza preoccupazioni. Qualche puntatina alla città vicina con gli amici per una prima visione, una pizza in compagnia.

Dove risiede potrebbe trovare occupazione come badante, ma allora a cosa servirebbe il diploma conseguito?


Adolfo ha i riflessi pronti (una dote che la moglie non gli ha mai riconosciuto). Spegne il cellulare e lo getta dal finestrino della macchina, giù nella scarpata che sta costeggiando. Teme d’essere rintracciato, ha il fondato sospetto che, raggiungendo casa, Stella non metta in atto la minaccia per fargli un dispetto.

Potrà sempre dire che l’ha dimenticato appoggiato sul bancone di un bar, e che quando è tornato non l’ha trovato. Nessun rimorso nel buttarlo via, si tratta di un modello superato.

Spegne anche l’autoradio, vuole provare a sognare ad occhi aperti scenari esaltanti.

Ripassa nella mente l’unica cenetta intima con quell’altra (al momento non gli sovviene il nome), il ristorante a picco sulla scogliera - in lontananza brillavano le luci della città -, un posto da dove si poteva osservare ogni cosa senza doverne sentire il rumore. Era stato consolante e fuggevolmente romantico tenerle per tutto il tempo la mano, anche se scomodo nell’uso delle posate.

La paura dell’imprevedibilità gli aveva però smorzato le voglie, supinamente aveva scelto di vincolarsi a un legame che pure gli pesava.


Il giorno del colloquio Adele si alza presto e va alla stazione dei pullman.

L’appuntamento è per il pomeriggio, ma vuole muoversi senza fretta. In città, invece di prendere la metro, sale sul trenino per il lido. C’è qualche bagnante mattutino, intorno tanta pace e la possibilità di riflettere.

Si siede sul pontile, attenta a non bagnarsi i piedi. In cuor suo sa che sarà assunta, ma vale la pena cambiare vita, abitudini, rinunciare alla tranquillità che i genitori le assicurano?


Adolfo si chiede dove possa essere suo figlio Cristiano. Probabilmente sta spacciando, con la scusa di contribuire al mantenimento della famiglia.

Avrebbe bisogno del trapianto del fegato e non c’è stato giorno in cui la moglie non si sia augurata a voce alta un incidente stradale mortale per opera di qualche ubriaco, per realizzare l’espianto tanto atteso.

Anche Adolfo, ma in cuor suo e senza schiamazzi, si è augurato il verificarsi di un incidente stradale. Dove la vittima fosse Stella.

A pronunciarne il nome, il pensiero torna a lei.

Non è mai servito alzarsi alle prime luci dell’alba, preparare il caffè e berlo sul terrazzino, fumando la prima sigaretta, cercando l’ispirazione per un nuovo racconto, guardando le tegole rosse dei palazzi vicini che soffocano la loro angusta abitazione. Proprio quando era in procinto di acchiappare l’idea, ecco presentarsi lei che gli andava incontro chiedendo con le labbra a mantice il bacio del buongiorno.

Mentre l’idea che frullava in testa, delusa di non essere stata prontamente analizzata e apprezzata, s’imbronciava e si allontanava definitivamente.

Come se non bastasse, dopo lei gli chiedeva di uscire per comprarle una brioche che le avrebbe permesso di cominciare bene la giornata, facendo finta di non capire che, ad Adolfo, l’aveva già guastata.


Adele torna con la mente al primo innamoramento col professore di matematica.

Ricorda ancora la sua figura alta, i modi gentili posseduti, la voce profonda e ironica nel farle domande sui compiti.

Nell’intervallo della lezione, una volta gli aveva raccontato che da ragazzina faceva la spesa e le pulizie per una vedova segnalatale dalla parrocchia. Era un compito che non le piaceva, il caminetto ingombro di ciocchi di legno da non accendere per risparmiare, in un salotto che sembrava soffrire di una solitudine tutta sua, i ritratti del defunto sui ripiani dei mobili che la seguivano con occhi attenti per controllarne la solerzia.

Il professore si era diretto verso la finestra del corridoio, con le mani nelle tasche dei pantaloni di velluto. Vieni anche tu, le aveva detto, e lei si era avvicinata per guardare il cielo. In quel movimento i corpi si erano sfiorati, le mani intrecciate, anche se solo per un attimo. Lei si era sentita lo stomaco percorso da una sorta di vorticoso risucchio, con l’ultimo sole di marzo che svaniva dal cielo, e piccole rughe che si formavano intorno agli

occhi del professore.

Nessuno dei due aveva sentito il suono della campanella che poneva fine all’intervallo.

L’indomani lo aveva rivisto sulla porta della sua aula. Tutto era sembrato rimpicciolirsi, tranne la figura di lui, la scena d’intorno sbiadita e minuscola, uno schizzo a matita che sarebbe scomparso solo che lei avesse chiuso gli occhi.

Il professore le aveva sorriso. Nessuno, le pareva, era stato mai così  felice di vederla se non quando era piccola e i parenti le si affollavano intorno a carezzarle il viso.

Erano bastati un sorriso e uno sfiorarsi fuggevole a farla innamorare.


Adolfo si riscuote dai suoi pensieri, speranzoso che l’avere usato i verbi al passato, nei ricordi, sia segno di un futuro diverso. Riaccende l’autoradio. Si augura di ascoltare la notizia che gli capovolgerà la vita.

Il cronista, che non si è mai mosso dal luogo dell’evento, per offrire agli ascoltatori l’emozionante bellezza della cronaca in diretta, annuncia (in maniera che gli sembra esageratamente entusiastica), che sua madre Augusta, accorsa prontamente sul luogo dell’evento, ha convinto la nuora a scendere, rinunciando all’insano (e perché poi?) gesto.

E dire che Adolfo pensava d’avere in lei un’alleata (quand’era giovane, lo aveva sempre difeso nei confronti del padre, anche quando avrebbe meritato più di uno scapaccione).

E ora che, da grande, l’aveva assunta come confidente consolatrice per le torture psicologiche subite dalla moglie, ecco che Augusta aveva dimenticato (o fatto finta di dimenticare?) che Stella non era la moglie ideale, e che, per il principio sacro dell’autodeterminazione, forse era meglio farsi i fatti propri.

Scrolla le spalle e riprende la direzione di casa. Inutile chiedere al destino una sorte diversa, certe cose cambieranno un po’, si faranno più facili o più difficili, dipende, ma in fondo niente cambierà veramente. Ne è convinto. La vita è in moto da sempre e andrà avanti così per sempre, finché non si fermerà.


Adele si riscuote dai suoi pensieri, si è fatto mezzogiorno. Sussurra ciao al mare placido e s’incammina sulla strada di ritorno. Certe cose cambieranno un po’, si faranno più facili o più difficili, dipende, ma in fondo niente cambierà veramente. Ne è convinta. La vita è in moto da sempre e andrà avanti così per sempre, finché non si fermerà.

 
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