Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Maria Rizzi.
“Non voglio vederla. Non più. L’amore non giustifica tutto. Ed è crudele tenere in scacco con i ricatti affettivi. Si è arrogata il diritto di inventarmi. Io sono un fallito, e me ne frego. Anche se soffro d’insonnia e dimagrisco a vista d’occhio. Lei mi tormenta, continua a non darmi pace. Getterò il cellulare nel cesso, per non sentirla più. Me lo propongo da un mese e non lo faccio. Perché continuo a tenerlo acceso? Perché rispondo e pronuncio le solite laconiche frasi invece di urlare il dolore, la solitudine, la rabbia? E dovrei aggiungere:la paura…, ma raccolgo brandelli di dignità per tenerla nascosta. Lei la scova. Mi conosce da sempre e riesce a leggerla nel timbro raschiante della voce. Nei silenzi lunghi
Sono lontano fisicamente. Salvador de Bahia è la città del divertimento, della fuga dal reale. Io, Giorgio e Marco passiamo intere giornate nella spiaggia di Guarajuba a bere caipirinha e birre Brahma.
Non mi diverto. Simulo per dare agli amici la squallida impressione di essere in sintonia con loro. Credo di essere un pessimo simulatore. Non so tenere i loro ritmi . E anche con le donne…
Ne ho rimorchiata solo una. Forse dovrei dire che mi ha rimorchiato lei. Una donne triste, che vive in simbiosi con boccali di birra , si veste in modo appariscente e sorride in modo insulso per mettere in risalto le labbra gonfie e dipinte di un rosso molto simile al sangue. Ha provato dal primo momento a nascondere l’età, come se fosse possibile e soprattutto come se il particolare fosse rilevante ai fini di una storia di solo sesso. Forse le donne non sanno dire a se stesse che vogliono semplicemente scopare . Hanno bisogno di alibi. Soprattutto le donne mature.
A letto Maléna non è male. Meglio di una sbronza o dell’ecstasy. Accarezza le sillabe con la voce fonda come una salsa spessa e alterna volgarità a parole affettuose.
In un inglese stentato mi definisce il suo “eroe tragico”, e io le lascio credere di nascondere un’esistenza intensa e tormentata.
Non la vita di un idiota.
Giorgio ha incontrato una ragazza portoghese straordinaria nell’aspetto che sembra aver attraversato mille vite. Lo guarda con gli occhi a mandorla verde-fiume e lo incatena. Credo che abbia posato lo zaino e la storia tra le braccia del mio amico. Sono indissolubili, persi dietro questi giorni eterei ed eterni.
Marco sta realizzando il suo desiderio di vivere da epicureo. E’ in balia degli eventi, perso tra sballi, notti incandescenti e amori folli destinati a durare un giorno. Divora il tempo. Lo ingoia a grossi bocconi, senza masticare e poi torna a prenderne altri.
In Italia sembravamo uniti da un cordone ombelicale, qui tutto è relativo. L’esistenza è diventata fumo. Anche se cerchiamo di illuderci che non sia così.
Mi odio perché non riesco a evitare di pensare alle sue premure. So che mi ha sempre coccolato tanto per egoismo puro, per proteggermi dalle trame invisibili che potevano allontanarmi da lei. Con i baci, le parole gratificanti, voleva ingannare il tempo, indurlo a fermarsi, a tornare ad altri giorni, ad altra vita.
Maléna mi cerca senza soffocarmi. La sento presente anche quando finge di ignorarmi. E’ una donna ricca di esperienza. Mi piace viverla come una città materna fatta di cupole floride come seni e portici spalancati come gambe. Mi anestetizza.
Troppo breve il tempo del sesso, delle bevute, di qualche spinello e qualche pillola. Cammino per le strade di questa città intrappolata sotto cieli di sole vaporoso che si spande in ghirlande di rame liquido e ne leggo le menzogne. Miseria, solitudine, dietro il quotidiano scenario di balli, di allegria.
In questa giostra di attrazioni e di bugie stiamo andando avanti alla giornata. Come profughi. Come disgraziati. Nessun lavoro. D’altronde non ci siamo mossi per trovarlo. I soldi prelevati in banca evaporano come le bollicine dello champagne.
Ragazzi borghesi. Depositari di conti intestati a nostro nome. Soldi mai guadagnati…,ma cosa importa? Ci spettano. Saldano esistenze mortificanti.
Spesso mi chiudo in stanza, in questo misero alloggio senza cesso, con le brande e i materassi mai lavati, che dividiamo in tre, a stendermi per porre fine ai brividi interni. Ho fame…forse, ma sicuramente mangio pochissimo perché mi brucia lo stomaco. Ho sonno…forse, ma dormo poco e male perché nuoto nella melassa di frammenti di vita, attraverso il brusio dei ricordi. Vorrei una coperta, ma è già tanto avere i posti letto. E poi i brividi interni non passano coprendosi…lei lo diceva sempre. Era capace di distinguere un’influenza, da uno stato batterico. Aveva rimedi per tutto. Non per l’anima.
Lei, lei, lei…cazzo non mi dà pace.
Ai margini della memoria, dei pensieri, l’immagine di Stefano, mio padre. Un uomo affascinante, potente, innamorato di se stesso, del “nobile”punto di vista che l’adulterio sia semplicemente un’applicazione della democrazia dell’amore. Non sono mai riuscito a chiamarlo papà. Temo di non essermi mai sforzato di provare ad andare oltre le apparenze. I figli, dopo le separazioni spesso si schierano e giocano a farsi e fare altro male. Sono sempre scappato da lui,
autorizzandolo a prendere le distanze da un figlio che lo giudicava anche solo con gli sguardi. Un giorni , in uno dei rari incontri che accettai, mi disse che sapeva di non rappresentare il prototipo di padre che ogni ragazzo sogna, ma che non credeva di meritare di essere‘radiato dall’amore’. In fondo, pur nella diversità, si può cercare di venirsi incontro. Lo ascoltai con sufficienza. Lo ferii con il gusto di ferirlo. Gli risposi che ero interessato solo ai suoi soldi. Che nel denaro identificavo l’unico compromesso possibile, l’unica forma di legame con lui.
Mi sono arrogato il diritto di giustiziare , mai di capire.
Stefano ha provato a telefonarmi in questo periodo. Gli ho risposto solo una volta e ho sentito tensione nella sua voce. Esistono sempre momenti giusti per affrancarsi da quelli sbagliati. Avrei potuto parlargli da figlio, sfogare il dolore, la frustrazione, invece gli ho chiesto di accreditarmi un po’ di soldi perché non riuscivo a trovare lavoro. L’ha fatto. Rinunciando alla dignità di uomo, accettando l’ennesima umiliazione.
Stefano è un imprenditore. Nel corso di questa esperienza scopro, una volta di più, senza ombra di maturità, che il vantaggio di avere dei soldi è la meschina libertà di non averne bisogno.
Cullato da questa consapevolezza ho giocato fino a diciotto anni a impersonare il ragazzo perfetto. Ottimo studente liceale, di sani principi e profondi valori. Ho giocato anche con me stesso. Consapevole che poteva accadere. Che nel mio vuoto di progetti, di ideali, il mondo poteva crollarmi addosso all’improvviso. L’Università, consigliata da lei, ha rappresentato l’urlo silenzioso del mio stupido universo.
Lei decideva per me. Sempre. Ero molto viziato, avevo tutto, non la libertà di crescere, di esprimermi, di sbagliare.
Il tremito iniziale fu silenzioso. Andavo avanti fingendo, mentre le crepe si allargavano nell’anima fino a trasformarsi in crepacci mortali. Di colpo il rumore della vita divenne insopportabile e seppi solo scappare.
Da vigliacco perfetto.
Non sto bene. Dovrei essere visitato. Giorgio e Marco condividono con me questo locale maleodorante, ma non si accorgono del mio stato fisico. Maléna potrebbe prendersi cura di me, ma mi fagociterebbe in una relazione pericolosa. Voglio sesso, non surrogati materni. Se non mi anestetizzasse la terrei lontana dai miei giorni. E spesso mi trovo a chiedermi : ‘Perché proprio lei
con tante donne giovanissime, disponibili, belle?’ Ho paura di darmi una risposta.
Sono un grande nulla senza speranza. Un perdente .
Non ho orizzonti dentro di me.
Le promesse del tempo dell’infanzia, dell’adolescenza sono ombre che danzano in cerchio nel crepuscolo. Le vedo chiaramente e i brividi aumentano.
Il cellulare…ora lo spengo. Anzi, lo lancio contro la parete. Di certo non rispondo.
‘Pronto…sto male, credo di avere la febbre o qualche forma di intossicazione o…non so cosa cazzo ho, so che è l’ultima volta che ti rispondo, perché ... Le parole diventano carta vetrata, raschiano la gola.
Poso il cellulare sul letto, ascolto echi di frasi conosciute. Altri artigli si conficcano nella carne.
I brividi mi squassano il petto e , come uno stronzo, piango.
Lei urla, come sempre. Mi chiede quando si è spenta la mia innocenza, quando ho deciso di lasciarla camminare da sola, di seguire l’esempio di quell’uomo abietto, di raschiarle l’anima senza pietà. Era così fiera di me un tempo…
Io non soffro. Faccio soffrire. E’ sempre stato così. Lei al centro dell’universo, io depositario di tutte le aspettative. Amore saldo che non può e non deve tradire .
Figlio disegnato a tavolino.
Non ho rotto il cellulare. So che risponderò ancora. …
“E siamo ancora avvinti l’uno all’altra, lei mezza viva e io mezzo morto.” Victor Hugo
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Istituto Paritario Mary Poppins:“PRIMAVERA SU LIBRINO”Azioni Educative e di Promozione della Legalità e Cittadinanza Attiva.


Daniela Quieti ha fatto questo commento
sab 05 giu 2010 13:57:11 CEST
Paolo86 ha fatto questo commento
mar 01 giu 2010 14:43:56 CEST