Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Maria Cristina Sermanni.
Alle porte della Cina, lungo le strade che un tempo lontano percorrevano le carovane dirette in Oriente ad acquistare sete e spezie, si trovava un piccolo paese di poche anime in cui viveva, solo ormai da troppi anni, un vecchio cinese.
L’uomo una volta era stato il capo del piccolo paese: un paese ridente, ai piedi di un’alta montagna, attraversato da un corso d’acqua impetuoso che precipitava velocemente giù dalla vetta come un cavallino bizzarro corre in mezzo ai boschi.
L’inverno era rigido e duro; la neve a volte scendeva per giorni ininterrottamente e la gente era costretta a rimanere chiusa nelle povere case, attenta solo ad ascoltare il cigolio dei tetti già malandati e ora caricati da un peso troppo grande per loro.
La rigidità dell’inverno, però, era compensata da primavere stupende; la natura sembrava voler dare agli abitanti di quei luoghi impervi il più bello spettacolo che potessero ammirare. Giornate riscaldate da un sole splendente ma non soffocante e notti illuminate da una luna ammiccante e sorniona.
Gli abitanti di questo nostro paese non erano ricchi; lavoravano la terra e da essa traevano tutto ciò che loro occorreva, affidandosi al Cielo per quant’altro potesse loro dare. E tutti godevano di una grande ricchezza: la gioia, l’amore l’uno per l’altro.
Non c’era essere vivente nel villaggio che non fosse conosciuto; bambino che non fosse amato, anziano che fosse abbandonato. Ognuno donava agli altri quanto poteva; donava soprattutto la solidarietà, il coraggio, la bellezza del proprio animo.
Un giorno, però, le cose cambiarono. Durante un’invasione straniera il paese fu messo a ferro e fuoco, le case vuotate, la gente allontanata e quella che si ribellava uccisa. I figli del vecchio cinese tentarono di proteggere il paese ma furono tutti uccisi davanti agli occhi della madre che più tardi morì di dolore.
Il vecchio cinese, stanco di lottare, di trattare, di soffrire, stanco di vivere, si era ritirato in una capanna fuori del paese e vi era rimasto in attesa di morire.
Un giorno, però, era passato da lì un giovane; era coperto di stracci, affamato e sofferente. Non potendo più camminare il ragazzo si era disteso di fronte alla porta della capanna e si era lasciato andare in attesa che il Cielo lo aiutasse.
Il vecchio cinese, vedendo quel giovane così mal ridotto, ne ebbe pietà e capì tutto a un tratto che la morte non arriva mai quando lo decidiamo noi. Il Cielo non aveva ancora decretato la sua morte; ancora doveva fare qualcosa, ancora doveva soffrire e gioire, vedere gli altri soffrire e gioire. Così lentamente si avvicinò al giovane, gli sollevò un poco la testa e gli diede da bere. Poi, dal momento che anch’egli non aveva niente da mangiare, si avviò verso i campi. Chiese di lavorare e, nonostante i suoi anni, si accorse di non aver perduto l’antica forza, anzi di averne di più. Alzò gli occhi al cielo e il sole alto lo illuminò e riscaldò tutto, come a fargli capire che poteva ancora farcela, che ce l’avrebbe fatta.
A sera l’uomo ritornò verso casa con qualcosa da mangiare. Trovò il giovane sempre disteso nello stesso posto. Lo aiutò a sollevarsi da terra e lo portò dentro la capanna, gli sistemò un giaciglio con paglia fresca e preparò la cena. Era tanto tempo che non metteva più niente sul fuoco e accenderlo, vedere la fiamma crepitare e sentirne il calore gli aprirono il cuore. Si rese conto di quanto tempo aveva passato chiuso nel suo dolore, ma a che cosa era servito? Forse i suoi figli erano ritornati? O sua moglie era di nuovo lì con lui? E allora se Dio ancora non lo aveva voluto presso di sé, non doveva esonerarsi dal vivere, perché la vita è un lungo fiume che scorre incessantemente e scorre anche là dove trova degli ostacoli o dei rallentamenti.
Con delicatezza il vecchio aiutò il giovane a sedersi e cominciò a imboccarlo. I suoi gesti erano lenti e precisi e sulle sue labbra si andava disegnando un sorriso così dolce che se in quel momento si fosse guardato ad uno specchio non avrebbe riconosciuto la sua immagine.
Il giovane accettò di buon grado le sue cure e con il passare dei giorni la sua forza fisica aumentò. Cosicché una mattina, dopo che il vecchio se ne era andato nei campi come sempre, il giovane uscì dalla capanna, respirò a pieni polmoni l’aria fresca e si incamminò verso il paese. Voleva rendersi utile, voleva contraccambiare l’amore del vecchio.
Aveva conosciuto la sua storia e aveva sentito in lui l’amarezza della solitudine e, nello stesso tempo, la gioia di aver trovato qualcuno cui pensare. Si diresse a passo veloce verso il vicino paese dove forse avrebbe potuto trovare lavoro. E così fu.
Un fornaio era rimasto senza garzone e quando il giovane si presentò rimase alquanto perplesso per il suo aspetto esteriore. Aveva la barba lunga e i vestiti sdruciti, ma il suo sguardo era limpido come l’acqua delle cascate e il suo sorriso luminoso come il sole in una giornata estiva. L’uomo non ci pensò troppo su. Gli procurò un vestito pulito, lo fece radere e gli porse un elenco di persone cui recapitare il pane.
Il giovane lavorò tutto il giorno dimenticando che non aveva detto niente al vecchio. Costui, tornato a casa all’ora di pranzo, portando con sé un pugno di riso e della verdura raccolta nei campi, rimase sgomento di fronte al pagliericcio vuoto. Di nuovo si sentì sopraffatto dall’emozione, dalla delusione, dal dolore. Rimase lì in piedi per ore, lo sguardo fisso sul giaciglio vuoto, il cuore gonfio di pianto senza però riuscire a piangere.
Quando, ormai a sera, il giovane rientrò, fiero del suo lavoro e di quello che aveva portato a casa (il pane era ancora caldo e croccante e non ne avevano mangiato così da lungo tempo), trovò il vecchio in piedi con la sua ciotola di riso e verdura. Capì cosa era successo e con molta dolcezza gli si avvicinò, gli tolse di mano le sue povere cose e lo fece sedere. Poi, senza parlare, gli preparò una tazza di tè caldo e, come aveva fatto il vecchio, con delicatezza, lo fece bere a poco a poco perché il liquido caldo scendesse lentamente dentro di lui e sciogliesse il ghiaccio che di nuovo si era formato.
L’amore fa grandi miracoli. Il vecchio sentì l’amore di quel ragazzo; non ci fu bisogno di parole. Il calore dell’uno passò all’altro e i loro cuori si unirono.
Il vecchio uomo aveva ritrovato un figlio e il giovane aveva trovato quel padre che non aveva mai conosciuto.
Le strade della vita sono tortuose e lunghe, faticose e lente, ma ci sono sempre dei punti di incontro, ci sono sempre luoghi di scambio in cui si può capire che la vita merita sempre e comunque di essere vissuta, perché per ognuno di noi esiste un momento nel quale si è compensati di tutto il dolore sopportato. E allora la gioia non ha più confini.









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