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Domenica 26 Maggio 2013

Paura

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Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Adele Bertolino.

Introduzione

La festa in maschera era quasi finita.
Sua madre si muoveva nell’intrico di corpi stringendolo a sé dolcemente, ogni tanto gli baciava la piccolissima manina, gli accarezzava la testa morbida, i capelli ricci che gli si allungavano sul collo.
Lui giocherellava con i suoi capelli, senza capire molto di tutta quella situazione. Non capiva, ad esempio, perché sua madre stesse indossando delle ali da angelo, malgrado, sì, lei era effettivamente bella come un angelo.
Accadde tutto molto in fretta.
Dalla porta entrarono tre figure vestite di nero, armate di pistola, con un enorme sacco di tela in mano. Urlavano, intimavano il silenzio.
Lui non se ne rese conto, era troppo piccolo per capire. Emise un urletto divertito. Bastò.
- E’ un bambino, per l’amor di… - Sentì urlare sua madre.
E poi caddero a terra. Pianse.
E si rese conto improvvisamente che la sua mamma stava a terra, come lui, col petto sanguinante, i capelli dardeggianti attorno a lei, le ali da angelo grottescamente perfette e intrise di denso liquido rosso.
Urla. Altri spari.
Corpi su corpi che si scavalcavano, che cadevano.
Qualcuno lo prese in braccio.
In testa, ancora vivida l’immagine della madre morta, con le ali da angelo.

¿Follia?

Era forse quello il motivo per il quale si sentiva diverso?
Per il quale si sentiva così tremendamente distante dall’idea di ragazzo normale?
Era forse perché, come tutti tendevano a pensare, sua madre era morta?
Uhm…poco probabile, di certo poco probabile.
Era troppo piccolo, era come se non l’avesse mai avuta. E poi, diciamocelo, sua madre era morta di malattia, non il genere di morte cruenta per il quale ti aspetti che un ragazzo si metta ad urlare all’improvviso dentro una chiesa.
Eppure, così era successo. E quella, lo sapeva bene, era solo la punta dell’iceberg. Perché fino ad allora si era sempre sentito inquieto. Come se dentro fosse tutto un miscuglio indistricabile, come se non riuscisse a capirsi nemmeno lui.
E, cosa più importante, qualcosa gli sfuggiva. C’era qualcosa – qualcosa di importante – che sfuggiva alla sua percezione, come se fosse la cosa più ovvia del mondo, ma gli sfuggiva via come acqua fra le dita.
E se ne stava lì, incapace di capire cosa avesse di sbagliato, accucciato sul marmo freddo, con la testa pulsante fra le mani, il respiro accelerato che si cristallizzava nell’aria attorno a lui. Angoscia.
Era angosciante quel luogo. Non sapeva perché.
Si guardò intorno. La piazza era ampia, luminosa, ariosa, piena di brio, di bambini con i visi arrossati che correvano dietro alle colombe, di mamme con gli orecchini di perle che tentavano di tenerli fermi. Generalmente un bel posto. Ma allora cosa c’era di sbagliato?
Lanciò un’occhiata alle sue spalle. La chiesa era lì, solida, forte, enorme. I portoni di legno scuro lo sfidavano, accogliendo dentro centinaia di persone, tutti tranne lui. Aveva sempre provato paura, nei confronti di luoghi sacri e di religioni in generale. Non timore. Pura paura. Terrore.
Sin da piccolo, strepitava come un matto quando lo portavano in chiesa. Suo padre non seppe mai spiegarsi l’avversione del figlio verso qualunque immagine sacra.
Ma quel giorno si era svegliato di buon umore, e aveva deciso di tentare.
La Chiesa gli appariva quasi ospitale nel sole tagliente della domenica mattina, il vento giocoso e umidiccio lo incitava.
Aveva provato. Aveva davvero provato.
Ma entrando dentro aveva sentito come un peso sullo stomaco, e l’inevitabile fardello di un fiume di lacrime appeso sotto gli occhi. Ma avrebbe resistito; a suo padre avrebbe fatto piacere sapere che suo figlio non era completamente ammattito. Si era seduto su una panca, di schianto.
Chiuse gli occhi. Non doveva cedere. Quando il parroco entrò, vide tutti alzarsi in piedi, e pensò che avrebbe dovuto fare lo stesso. Brutta pensata. Sollevandosi dalla panchetta con un certo sforzo, il suo sguardo diffidente incontrò quello freddo, glaciale, accusatorio, di una statua posta lì vicino.
La statua di un angelo.
Di tutte le creature che popolavano le fantasie speranzose delle persone che lui definiva “normali”, gli angeli erano quelli che gli incutevano più paura di tutti. Chissà perché. Non riusciva a sopportare quegli assurdi sguardi incisi nella pietra, così inespressivi, così freddi, così indifferentemente distaccati. O le ali piumate, come a sottolineare la condizione umana di attaccamento alla Terra, alla materia, o come a voler tenere costante e presente la sua condizione di nullità.
Angeli, bah.
Mai riuscito a guardarli senza scoppiare a piangere o chissà cos’altro.
Ma in quella situazione fu ancora peggio. La Chiesa, così grande e profumata di incenso dolciastro, era il loro regno, il loro mondo, il loro palazzo, la loro dimensione sospesa. Con i tetti così alti, potevano annidarsi dovunque.
Senza resistere ad uno sciocco impulso dettato dall’angosciante confusione, sollevò gli occhi. E loro erano lì, sul soffitto affrescato, così alto che si scorgevano a malapena, ma c’erano. Sbucavano da un angolo, da una colonna, volavano felici in mezzo alle nuvole, giocavano con della stoffa dorata, unico indumento.
E non ce la fece più. Tutti quei piccoli occhietti che lo fissavano, che lo giudicavano, che lo denigravano, che avevano intenzione di punirlo di lì a poco, che potevano effettivamente punirlo di lì a poco. E si mise a urlare, preda di convulsioni e conati che non potevano espellere nulla tranne l’aria.
Trasportarlo fuori dalla Chiesa fu difficile, a causa dei calci e dei pugni che mollava a destra e a manca. Alla fine, anche se non si era calmato nemmeno un po’, lo lasciarono disteso su una panchina poco distante dall’imponente costruzione. Sentiva addosso dell’aria densa, pesante, come se qualcuno stesse respirando sul suo viso. Cercò di non pensarci. Cercò di non pensare agli angeli, che si annidavano dovunque.
Piano piano, il respiro tornò regolare.
E se ne stava lì, a guardare indeciso e confuso le nuvolette bianche del suo respiro, seduto sul marmo congelato, stretto nel giubbotto imbottito.
Che cosa diavolo c’era che non andava nel suo cervello?
Che cosa scatenava quella paura irrazionale?
Strinse i pugni, improvvisamente arrabbiato. Non era giusto che per colpa di delle creature deliziosamente e svagatamene crudeli, munite di ali e di aureola, lui non potesse intrattenere alcun tipo di rapporto umano.
Nessuno se ne rendeva conto, ma gli angeli erano molto più presenti di quanto si potesse immaginare. Non come negli anni precedenti, ovvio, ma comunque stavano dappertutto. Passeggiava, si fermava su una vetrina illuminata e loro erano lì, statuette plastiche e baggiane, a fissarlo con i loro occhiettini perfidi. O chiacchierava tranquillamente con qualcuno di passaggio – l’edicolante che gli vendeva i giornali per suo padre, un ragazzetto che voleva indicazioni sulla strada da seguire – e dall’angolo della strada spuntavano delle grandi ali sulla T-shirt di una ragazza.
Insopportabili, ecco com’erano.
Non poteva incolpare nessuno tranne se stesso - e i suoi evidenti problemi nel gestire le emozioni insensate - del fatto che non aveva amici. Nessuno voleva stare con un pazzo che da un momento all’altro scoppiava in una crisi di pianto o scappava a gambe levate dall’altra parte della strada.
Perso nelle sue riflessioni, infilò le mani nelle tasche foderate del giubbotto bianco. Il suo sguardo si soffermava su dettagli senza importanza della grande piazza, dove la chiesa gettava un’ombra scura e cupa sull’acciottolato umidiccio di brina.
Si voltò, incuriosito da un movimento che gli sembrava furtivo. E lì, alla sua destra, un angelo in carne ed ossa. O in luce e piume. O di qualunque altro schifoso materiale fosse fatto. Le sue urla risuonarono per tutta la piazza mentre, accigliato e terrorizzato scopriva che anche alla sua sinistra c’era un altro angelo, e sopra di lui ne volavano una moltitudine di altri. Si sollevò di scatto dalla panchina.
Ad una signora di passaggio, fra le urla e le lacrime, indicò gli angeli che gli volavano intorno, che lo facevano impazzire, che lo volevano uccidere, si, uccidere. Gli sembrava che le loro ali fossero piene di sangue, come in un ricordo lontano…di molti anni prima…sicuramente era solo un sogno. La donna non capiva. Si allontanò quanto più velocemente possibile, come se non li vedesse.
E nella piazza silenziosa, ammutolita da quello strano, deprimente spettacolo, continuavano a risuonare le sue urla strazianti.

Orrore

Nella sua squallida stanzetta in soffitta, con il ventilatore spento e la vecchia stufa accesa al massimo, l’unica debole luce filtrava dalle persiane semiaperte, che proiettavano sul pavimento polveroso dei solchi di luce argentata. Lui stava accoccolato sul suo letto, i contorni del viso accennati dalla luce arancione della stufa nell’angolo, gli occhi sbarrati, le ginocchia al petto e le braccia strette sullo stomaco.
Attorno a lui, sentiva le presenze inquietanti di almeno una decina di angeli che volteggiavano invisibili nella sua stanza. Nemmeno lì era protetto. Nemmeno lì era al riparo da quella follia. Non era più tanto sicuro di ricordarsi cosa fosse successo nell’ora appena trascorsa, non era più sicuro di nulla.
Urlò, dentro di se. Sperava che qualcuno lo sentisse, anche se era impossibile.
Cosa stava succedendo?
Chi erano loro?
Anche la stanza gli appariva strana, come se si fosse imbottito di allucinogeni.
La muta e terrificante risposta arrivò dall’aria attorno a sé.
“ Seguimi. Vieni via con me. Puoi essere felice, puoi esserlo.”
La testa gli scattò a destra. A pochi centimetri da lui, occhi negli occhi, una creatura di luce. Occhi grandi e cinici, labbra carnose e provocatorie che chissà cosa celavano. Zanne, probabilmente. Attorno al capo, adorno di una folta chioma biondiccia, la cosa più simile ad un’aureola che avesse mai visto in vita sua.
Urlare fu inevitabile.
Si lanciò oltre il bordo del letto, sbattè la nuca contro lo spigolo appuntito del comodino. Uno spruzzo di sangue macchiò la parete. L’angelo sembrava implorante, gli chiedeva di seguirlo.
“No!”
Strisciò all’indietro, fuori dalla porta, la vista che si annebbiava pian piano, ma l’angelo, perfetto e orrendo allo stesso tempo, era ancora lì. Strisciava sul sedere, con le mani piene di polvere e sporcizia impastate dal sangue, nell’affannosa ricerca di una via di fuga da quello che sembrava un biglietto di sola andata per l’inferno.
La terra gli mancò da sotto il corpo. I gradini delle scale che gli fracassavano la schiena furono l’ultima cosa concreta alla quale si aggrappò. E quando, dopo quella che sembrò un’eternità di ruzzolare inerte, si accasciò a terra, con la testa che sanguinava quasi a spruzzo, i battiti del cuore nel suo petto erano solo un ricordo.
E gli angeli lo avevano preso con loro.

 
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