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Mercoledì 19 Giugno 2013
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Il pranzo della domenica

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Tifeo Web Narrativa Online 2010: racconto di Vincenzo Elviretti.

Le sono seduto accanto mentre faccio finta di leggere una rivista. Sfoglio le pagine lentamente, silenzioso, nel rispetto di un rito religioso che non mi appartiene e che faccio fatica a capire.
Mia nonna è li, sdraiata sul letto, impossibilitata dalla malattia a venirne fuori sola, che guarda la messa domenicale sul canale nazionale televisivo.
Un’abitudine che conserva da quando, bambina, la mamma e il papà la portavano in chiesa ogni santa festività.
Sussurra, balbetta qualcosa, sembra quasi un’altra lingua o forse lo è. Sta pregando, o più semplicemente recitando a memoria, versi che le appartengono da una vita.
Sono curioso, incurante dell’interrompere il lato mistico di quella curiosa situazione, le domando:
 - Nonna stai pregando?
 - Si, in latino.
Rimango quasi sbalordito da quell’affermazione. Ma come, mi chiedo, terza elementare strappata con il sangue e il sudore alle incombenze della guerra e della fame e invece, sorpresa, mia nonna si dimostra conoscitrice di una lingua morta di cui nemmeno io, causa un percorso scolastico non particolarmente felice, ne sono a conoscenza?
 - Ho imparato a pregare in latino quando ero bambina. Allora era normale farlo. Certo, non sono capace a seguire l’intera messa in latino ma almeno l’Ave Maria e il Padre nostro, le conosco a memoria.
- E chi te lo ha insegnato?, le faccio io.
 - Non mi ricordo che ci sia stato qualcuno in particolare che me lo abbia insegnato. Nessun prete, nessuna suora.
Mia nonna prende il telecomando e abbassa il volume del televisore. La messa non è finita. Ma è diventata un elemento estraneo alla nostra santa conversazione.
 - Andare a messa allora era uno dei pochi momenti di aggregazione. Mio padre non mi permetteva di uscire e vedere individui estranei alla nostra famiglia. Ecco perché io e i miei fratelli e sorelle non ci perdevamo una messa, una processione, un rosario. È proprio grazie al rosario che ho imparato a pregare in latino. Quando andavamo in processione, invece, a noi bambine ci facevano stare innanzi alla testa del corteo. Ci chiamavano “le verginelle”. A messa invece gli uomini stavano tutti da una parte, quelli più importanti e “in vista” erano seduti nei banchi delle prime file, e le donne tutte dall’altra parte. Ho conosciuto tuo nonno proprio nella messa di Natale; lui mi si è presentato, partecipi i miei genitori, e ha chiesto loro se potesse vedermi qualche volta. Mio padre acconsentì.
Mentre mia nonna continua a raccontarmi la sua storia, mi faccio tutta una serie di immagini mentali degli ingranaggi che sorreggevano i rapporti sociali di qualche decennio fa.
Non mi permetterai mai di giudicare una civiltà contadina come quella di allora, che fonda le basi anche della mia attuale esistenza, ma alcune sue caratteristiche mi sembrano perlomeno grette e insensate. Però no, anche se la tecnologia ci ha reso la vita più facile e ci fa sembrare più evoluti rispetto ai nostri predecessori, mentre la segregazione tra i banchi della chiesa e la purezza di bambine come baluardo di una mai raggiunta condizione di equilibrio sessuale, erano  tratti distintivi di quell’epoca, oggi razzismi di varia forma sulle minoranze, perversioni varie e aspirazioni consumistico-effimere non mi fanno sentir sicuro di vivere in un’epoca migliore.
 - Ora dovresti farmi un piacere: prendi la carrozzella che così provo a sederci su. Aiutami.
Con fatica riesco ad agevolare lo sforzo di mia nonna nel mettersi sulla sedia a rotelle. Agguanto le maniglie dietro questa e con la scioltezza di un umanoide robotizzato ci districhiamo, io e mia nonna, tra i mobili e porte e cianfrusaglie varie disseminate nel suo appartamento.
Ci dirigiamo verso la sala da pranzo; di li a poco verrà mia madre con i cibi già pronti portati da casa, e così passeremo il pranzo della domenica.
Una televisione è presente anche in questa stanza. Che palle. L’intruso, una volta tubo catodico, ora pixel colorati o chilosacosa, la deve fare sempre da padrone.
 - Accendimi la tv. Mi ordina nonna.
Senza esitazione eseguo, e risintonizzo l’apparecchio infernale sull’immagine del Papa che benedice la folla presente in piazza San Pietro a Roma, e spara la sua omelia di fronte a milioni di persone collegate da casa.
Di nuovo silenzio tra me e mia nonna. Qualcun altro si è rimpossessato della nostra intimità. Torno in camera da letto e mi riprendo la rivista. Mi siedo sul divano, mia nonna accanto con la sua due ruote. Faccio finta di rimettermi a leggere.
Osservo mia nonna. Il suo volto è dominato dalle rughe. Mia nonna ha quasi ottanta anni. Rughe che riassumono una vita di sacrifici, di sofferenze e di lavoro. Ma almeno sono vere, ci ha messo una vita per farle quelle rughe, mia nonna. Non sono finte come il leggero trucco del Papa e i filtri della telecamera che maschera la violenza del tempo che scorre sul nostro indifeso corpo, come la legge dell’immagine impone.
A nonna non sono bastate le fatiche di una vita a impermeabilizzarsi contro la falsità che ogni giorno con i suoi quiz a premi, i grandi fratelli, i tg propaganda, gli insulti e le risse in diretta, i culi e le tette mostrati senza alcun pudore, entra nelle nostre case e si impadronisce del nostro inconscio.
Mia nonna è li, con gli occhi fissi sullo schermo. Vulnerabile.
Ma io la vedo in mezzo ai campi, con una zappa in mano, intenta a coltivare i frutti della terra. Oppure in mezzo a una boscaglia, con una fascina di legna in testa, che risale su i tortuosi sentieri di collina. Oppure intenta a pascolare quelle poche bestie che si possedeva, indispensabili alla sopravvivenza quotidiana. Oppure in fuga dai tedeschi, a loro volta in fuga dagli americani che risalivano la penisola, che avevano malvagie intenzioni su quel suo povero corpo di bambina.
Ora invece sei qui nonna, chiusa in queste quattro stanze, senza nemmeno l’autosufficienza che ti permetta di andare a pisciare. Partigiani nelle case di riposo, compagne Teresa con badante al seguito.
Il trillo del campanello annuncia l’arrivo di mia madre.
Pasta al forno e pollo con patate fanno l’ingresso in pompa magna nella casa. Il loro profumo avvolge ogni angolo e trasforma questa cupa giornata invernale in un richiamo primordiale a uno dei sette vizi capitali: l’ingordigia.
- Apparecchia la tavola!, quasi ad unisono le disposizioni delle due donne che si rivolgono a me.
Preso tra coltelli, forchette e tovaglioli, l’acquolina si sta impossessando delle mie ghiandole salivari.
Aiuto nonna ad avvicinarsi al tavolo imbandito. Sposto una sedia, facendo attenzione a non intruppare le ruote della carrozzella di nonna, e mi siedo anch’io. Una bottiglia di vino rosso fa da ciliegina sulla torta.
Io, mia nonna e mia madre, nel silenzio dell’appetito che ci ha travolto di fronte a questa lasagna.
Accanto a noi la tivù ora trasmette il telegiornale.
Tra il direttore che nell’editoriale pontifica sul suo modo di vedere le cose, un consiglio per gli acquisti camuffato da servizio giornalistico, propaganda politica spacciata come unica verità, scorre lentamente il nostro pranzo della domenica.

 

 
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